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martedì 20 agosto 2013

Colli come educatore

Capitolo III


40. Ponendo l'immediatezza dionisiaca «all'inizio del tessuto della logica» (RE 332), Colli ribadisce il pensiero della grande filosofia: non è la ragione che rende l'uomo superiore agli altri animali; la ragione non ha autonomia, è soltanto la ripercussione, la manifestazione di un maggiore intensità vitale che l'uomo possiede rispetto agli altri animali (DN 49 - 50). Ma la sua parola si fa veramente foriera di tempesta quando aggiunge che «l'uomo più alto non è quello che annulla tutto il resto per essere soltanto ragione» (RE 111). Qui Colli vuole contrastare la supremazia della ragione considerando l'uomo sotto l'aspetto universale della vita. Egli valuta i due poli su cui si regge l'organismo umano, la ragione e l'istinto, e afferma: «la risoluzione più alta di quella polarità si raggiunge quando l'uomo è in grado di sviluppare la propria razionalità come espressione, ultima manifestazione del proprio istinto». Se all'opposto si «confonde inestricabilmente istinto e ragione», cioè la ragione subordina a sé l'istinto, invece di esprimerlo, allora l'uomo è destinato «a una degenerazione senza salvezza». Queste considerazioni seguono una frase che sconvolge per il suo drammatico ammonimento, soprattutto perché scritta da un vero filosofo: «la razionalità divenuta istinto porta allo sfacelo biologico» (DN 52).

41. Lo sviluppo tecno-scientifico nel mondo moderno dimostra però che la ragione è sempre più rivolta all'utile, è posta cioè al servizio degli istinti vitali dell'uomo. I tempi moderni sono propizi alla rinascita della cultura? Ci sono delle situazioni favorevoli, tuttavia è altrettanto vero che «non c'è mai stata epoca tanto lontana dalla grande filosofia» (RE 112). Con poche parole e senza riferirsi direttamente all'attualità, Colli ci offre la possibilità di comprendere il problema: la ragione, dice, può affermarsi, irrobustirsi ed estendersi nella discussione di più individui, ma quando la sfera dell'azione (commercio, guerra ecc.) assorbe totalmente l'uomo da impedirgli di «prendere gusto a una discussione che sia fine a se stessa» (RE 188), allora la ragione non fiorisce; oppure fiorisce in modo artificioso e senza libertà, quando la razionalità dell'individuo viene condizionata da certi «meccanismi dominanti dell'argomentare» (RE 543), che guidano la ragione verso forme astratte già cristallizzate o percorsi già battuti e tolgono ad essa la «capacità di scandagliare le proprie radici» (RE 188).
La ragione non è soltanto uno strumento, è anche un'espressione mediata di tutto ciò che è primitivo e originario. Soddisfatti i fini biologici dell'organismo, l'uomo ha ancora il «potere della conoscenza», che può adoperare senza scopo. Tuttavia questa attività non finalistica può essere pericolosa, poiché c'è il rischio di procedere nell'astrazione a tal punto da dimenticare e non riconoscere più l'origine. E poiché da una «sopravvalutazione del conoscere in sé» sono sorte credenze dannose per l'uomo e per il suo agire, per Colli si impone il bisogno di chiarire «come stanno le cose per la ragione» (RE 204, 217) e di cercare un rimedio alla «ipertrofia del pensiero astratto» (RE 510).
Colli valuta i risultati a cui è giunta la critica demolitrice di Nietzsche: «ovunque (arte, filosofia, religione) si presenta il mito della superiorità della ragione umana, Nietzsche scopre la corruzione e la decadenza» (RE 111). Ma Colli vuole andare oltre l'impegno di Nietzsche e portare un attacco mortale alle pretese ottimistiche, sistematiche della ragione: «demolire in assoluto la ragione per la sua
intrinseca debolezza» (DN 85). In questa situazione di «emergenza estrema», non solo occorre «intuire l'unica direzione che rimane da prendere» e conoscere la «falsità delle rotte tenute sino a questo momento», ma nutrire anche la fiducia che abbia ancora un senso «prendere questa decisione» (RE 203).

42. Se si vuole recuperare l'autenticità, la direzione giusta è quella che conduce ai sapienti. «I Greci più antichi erano giunti a un grande risultato, alla scoperta del logos autentico» (DN 31). Per recuperare un «uso sano della ragione» e spiegarsi come sia potuto accadere che la ragione deviasse dalla sua configurazione naturale di rispecchiamento astratto della vita per presentarsi invece, dopo Platone, con certe pretese costruttive, Colli indaga anzitutto la sua «genesi storica».
Quale pensatore ha mai indagato in maniera profonda l'origine e la natura del logos? Colli giunge a questo risultato mettendo in rilievo l'aspetto teoretico che si connette alla divinazione (SG I 27; NF 39 - 46). Il senso originale del logos è recuperato con la magistrale ricostruzione dell'azione ostile di Apollo. E dopo aver spiegato come la ragione nasce dall'estasi, Colli la segue nei «tortuosi sentieri» dell'agone dialettico, dove essa vive la sua fase più matura.
La dialettica è stata la «culla della ragione»; molte
generazioni di dialettici hanno elaborato un sistema della ragione articolato, una logica non elementare; nella discussione sono forgiate le categorie, i principi formali, i pensieri più astratti. La valutazione di Colli si basa sulla purezza, perentorietà, creatività, autenticità, oggettività scoperta nel logos greco. La ragione in Grecia, spiega Colli, è sempre congiunta alla vita fremente: il passaggio dalla sensazione al concetto è lineare, senza spezzature; le parole sono sempre espressioni di contatti metafisici, di ciò che si è sperimentato nell'interiorità, per cui l'astrazione priva di una relazione con l'immediato non prevale mai. L'oggettività è data dall'agonismo dialettico, dove la discussione, in una pluralità di individui d'eccezione, quali erano i Sapienti, diventa lo strumento di una pulizia razionale: il confronto reale, vivente rende il logos puro, in quanto vengono eliminate le scorie dell'individuazione, depurato dal contingente, e la discussione è sempre teoretica, poiché ha per oggetto la natura della ragione, gli universali e i loro nessi (cfr. FE 159 - 193).

43. Tuttavia queste conquiste teoretiche, dice Colli, non formano un complesso costruttivo, non offrono cioè un contenuto dottrinale e dogmatico o un insieme di proposizioni che si impongono a tutti. Anzi, nell'impianto della discussione greca egli nota un intento distruttivo. L'esame delle testimonianze e il meccanismo stesso della dialettica gli confermano questa scoperta: nella discussione quasiasi tesi veniva confutata, qualsiasi verità veniva dimostrata come possibile e impossibile (NF 75-77). Questo risultato, a cui giunge la dialettica nella sua fase culminante, è chiarito da Colli con il commento alle prestazioni teoretiche di Parmenide e Zenone di Elea. Qui la sua indagine sulla ragione nella storia tocca il momento cruciale.
Parmenide, spiega Colli, teme che la dialettica possa distruggere, nella mente degli uomini immersi nell'apparenza, la natura metafisica del mondo (NF 88). Di fronte al dilagare del logos, anche l'immediatezza corre il rischio di essere annientata, se oserà assumere un nome qualsiasi (FE 192). Per salvaguardarla Parmenide ricorre a un inganno: esprime quella natura con una parola (essere), presa a prestito dall'apparenza, che però può dimostrare l'illusorietà del mondo come rappresentazione, come antitesi, come distinzione (PHK 123-5). Posta la suprema domanda dialettica: o è o non è, Parmenide impone di dire «è»; alla via del «non è» impone il divieto, è difatti impossibile. Per Colli quest'inganno di Parmenide nasce da un atteggiamento benevolo verso gli uomini: spazzata via la negazione, ogni dimostrazione è soffocata, ogni dedurre è bloccato. Il pensiero, conciliata la modalità con la qualità (cfr. FE 183, 193), rimane incatenato alla via che dice che è, che è la sola possibile.

44. Ma anche questa illusione di dominare, possedere le cose attraverso l'astrazione è annientata con violenza da Zenone (RE 200-1). Questi infrange il divieto e sviluppa sino alle estreme conseguenze il cammino distruttivo del non-essere (NF 90). La sua prestazione teoretica ha una portata devastante: qualsiasi oggetto è annientato nella sua realtà. Però nel «nichilismo teoretico» di Zenone Colli vede una «spinta catartica». Se di fronte alle deduzioni zenoniane «ogni credenza, ogni convinzione, ogni razionalità costruttiva, ogni posizione scientifica risulta illusoria e inconsistente» (NF 91), non rimane che volgere la mente alla inviolabile natura metafisica, per possedere una conoscenza non effimera.

45. Aver individuato la «vita ascendente» della ragione ha permesso a Colli di smascherare le «contraffazioni posteriori» (FE 170). Significativo nella sua indagine è il periodo ateniese (V e IV sec. a. C.), considerato dalla tradizione come il farsi adulto del pensiero umano, ritenuto invece da Colli come l'inizio di un travisamento, nei confronti della ragione, carico di conseguenze (FE 202).
In Gorgia e in Platone egli individua gli artefici di una tendenza che sarà fatale per il logos. Con Gorgia il primitivo linguaggio dialettico si trasforma in retorica: usato nell'ambiente politico per soddisfare i fini degli uomini che lottano per la potenza, il logos subisce una prima contaminazione (NF 100-2; FE 199). La scrittura è l'altro aspetto dell'equivoco: autore della trasformazione della dialettica in letteratura è Platone. Colli che ha conosciuto il «fiorire autentico della ragione» (RE 612), valuta questi due fenomeni come una perdita di naturalezza nell'ambito del pensiero umano.

lunedì 19 agosto 2013

Colli come educatore

Capitolo III  LA RAGIONE NELLA STORIA


35. Il pathos che coglie «un'interiorità nascosta dietro un'apparenza sensibile» (PHK 12) testimonia la vera attitudine filosofica. Questa realtà nascosta sfugge invece a chi crede nella realtà immediata delle cose (RE 240). In Colli si riafferma l'intuizione fondamentale della sapienza: tutta la molteplicità nella sua apparente realtà è intesa come «un intreccio di enigmi» da svelare, oppure come un «labirinto», da percorrere nei suoi meandri, per cercare quel «filo conduttore» che si sente in fondo alle cose (FE 236; RE 785). Questa intuizione permette a Colli di formulare esattamente il punto di vista dell'indagine filosofica. Dato che la conoscenza non è altro che un ricordo la cui origine è nel passato, si addice al filosofo rifiutare il presente come realtà e intendere i pensieri e la ragione come «travestimenti da smascherare» (DN 63). La ragione diventa dunque il luogo dove occorre svolgere la propria azione di filosofo. Indifferente al tempo, senza cedere all' «irrequietezza dell'agire individuale», Colli indugia sulla natura della ragione poiché in essa scorge «un'espressione mediata di tutto ciò che è primitivo e originario» (RE 189).

36. Per Colli c'è un pensiero di fronte al quale «tutto il resto della filosofia moderna viene abbassato a ipocrisia»: il riconoscimento dell'animalità come essenza dell'uomo (DN 103). E' il pensiero della grande filosofia, quella indiana e quella greca antica. La sua rinascita nell'epoca moderna si deve al genio di Schopenhauer, il quale ha saputo salvarsi, andando "controcorrente", e condurre una ricerca seria, dopo Kant, in un' epoca segnata dal totale disordine razionale. Mentre la ricerca filosofica perde la sua purezza, con la «sofistica deteriore» di Fichte, Hegel, Schelling (DN 54), Schopenhauer rimane «l'ultimo possessore di una ragione sana, di una ragione che sta con la sua origine metafisica - la volontà - in un rapporto ben definito, costante e armonico» (PEAC 127; RE 125).

37. Colli riprende la lezione schopenhaueriana, sottolineando che un rapporto necessario, gerarchico tra natura e ragione è rappresentativo di una civiltà matura. La supremazia della natura sulla ragione è alla base della sua struttura. La cultura mostra i segni dell'intelligenza quando l'arte, la filosofia, la religione esprimono con i loro mezzi l'intima natura delle cose (RE 125). Ma la cultura ha dimenticato questo suo compito (RE 112), e il grande pensiero di Schopenhauer ha su bìto l' accusa di irrazionalismo. Ha fatto fortuna il modo opposto di intendere la cultura, la vita e la conoscenza umana, quello di Hegel. Colli non può fare a meno di prendere una posizione in questa battaglia, dato che «la posta in gioco è vitale» (PEAC 118), e in onore a Schopenhauer lotta contro la logica di Hegel, mettendo in luce il carattere sofistico e manipolatorio di questa presunta «ragione» (FE 225).
Hegel è il personaggio più rappresentativo per una critica contro la ragione che tenta nuove strutture staccandosi dall' immediatezza (RE 408). Colli conosce l'enorme influenza esercitata da Hegel sulla cultura moderna, tuttavia non teme di considerarlo come il vero «legislatore del nichilismo», dopo aver confutato la sua confutazione dei principi aristotelici di contraddizione e del terzo escluso. In breve, Colli dimostra che una «ragione» che contesta quei principi non può sviluppare definizioni e discorsi di qualche valore: ogni pensiero di Hegel, negando una «qualsiasi» necessità nel discorso, è la «codificazione dell'arbitrario e dell'inconsistenza nichilistica» (RE 212). Non convince poi sapere che la «ragione» hegeliana è soltanto un momento di uno sviluppo, che è in divenire, poiché accettando come valido questo tipo di dialettica, risulterà che la ragione coincide con la vita, ma allora, conclude Colli, «sarà meglio vivere la vita - che è più in divenire della ragione - che pensarla hegelianamente» (DN 54; RE 220, 408).

38. Quando Colli ha cercato di imporre all'attenzione della cultura italiana il pensiero di Schopenhauer, le sue iniziative sono state ostacolate o ignorate. Dopo le sonanti accuse sulla cultura delle Università, i «professori di filosofia» evitano accuratamente di cimentarsi con Schopenhauer, per ciò l'ora di questo grande filosofo non verrà tanto presto. Ma la vera «fortuna» di Schopenhauer si deve misurare nella risonanza che la sua dottrina ha in quella di Colli.

39. Il pensiero di Schopenhauer è talmente decisivo che Nietzsche per Colli è un grande filosofo nella misura in cui si rivela l'unico esegeta e divulgatore di esso (DN 103; RE 111, 124). Entrambi sono «le ultime tempre filosofiche», gli unici filosofi che non usurpino questo nome (RE 92; PEAC 140; DN 32). La sapienza indiana e quella greca sono evocate nei loro scritti (DN 103).
Anche il pensiero di Nietzsche è stato siglato come irrazionale e nichilistico. Ma Colli, da vero discepolo, è sempre pronto a lottare per difendere la posizione del maestro. Negli ultimi cento anni, egli dice, Nietzsche è l'unico a presentarsi come razionale: «lui va alla ricerca del permanente nel mutevole, subordina il mutevole al permanente - «eterno ritorno delle cose uguali» - tenta di stabilire le grandi gerarchie che discendono dalla 'natura' umana». I più irrazionali invece sono «coloro che prediligono i concetti e i contenuti dinamici, gli illuministi, gli storicisti, gli hegeliani» (DN 64). Colli individua il limite della loro prospettiva: essi guardano alla fenomenologia, all'apparenza, piuttosto che alle condizioni permanenti (RE 104). 






lunedì 5 agosto 2013

Tesi di Laurea

Bologna, 2 luglio 1985

Colli come educatore

Capitolo II


34. Abbiamo detto che la comprensione di Nietzsche è connessa al concetto di grandezza. Colli stesso lo afferma chiaramente: «il suo discorso sembra essersi fermato sulla potenza, ma ciò non deve ingannare; la potenza è soltanto il sostrato elementare, che egli ha saputo mettere in chiaro, ma dalla potenza si distacca la grandezza, e questo Nietzsche l'ha mostrato con il suo destino terreno» (RE 122). La questione della grandezza è importante anche per comprendere Colli. Vediamo qui brevemente il tema centrale: la complementare opposizione tra grandezza e potenza, nella sfera degli impulsi umani.
La questione è di estremo interesse, dato che è posta nei termini di un' ipotesi che riguarda la struttura metafisica. Colli si chiede che cosa sia l'impulso della grandezza: è esso «una volontà di potenza trasfigurata, o forse una tendenza radicale a negare in blocco la vita, o infine una spinta primordiale anteriore persino alla volontà di potenza» (DN 100). Colli esclude le prime due supposizioni dicendo che «l'impulso alla grandezza non muove contro la volontà di potenza: la sua natura è differente, il suo tendere è direzione opposta» (idem).
La natura ambigua di Dioniso non permette di stabilire un prima e un dopo o una gerarchia tra i termini contrapposti. Ma per stabilire se la grandezza debba intendersi come una spinta anteriore e superiore alla potenza, bisogna chiedersi se entrambe le sfere riflettono il so strato metafisico. In altri termini: come possono scaturire da uno stesso sostrato manifestazioni così diverse? Colli dice che la radice dell'individuazione nel fenomeno è da ricercare nella differenziazione che c'è in seno ai contatti, «tra quelli che sono un giuoco, una danza, un riso di fanciullo e quelli che sono oppressi dall'ostacolo più di quanto non sappiano espandersi, in cui dolore e mancanza prevalgono» (RE 308). Questa duplice natura metafisica, Colli l'ha individuata nei kuroi. Nella loro «ruvida nudità» egli scorge un richiamo all'immediatezza, che si presenta carica di forti ambiguità. Significativo per noi è il modo in cui essa può decidersi: «quei muscoli di fatti sono tesi, rapidi a slanciarsi subitaneamente, a sfrenarsi in uno scatto ... , con la stessa prontezza e concitazione, con cui le anime dei kuroi, che indugiano nella recettività del sorriso, possono d'un tratto scatenare pensieri ...» (FE 176). Dunque la potenza può configurarsi come un impulso che si scatena all'esterno, ma qui trova altre potenze che la ostacolano. La sfera dell'azione, i comportamenti individuali e collettivi riflettono la parte del groviglio metafisico in cui prevalgono dolore e mancanza. Lo slancio violento che cerca una strada si perpetua nell'espressione come volontà di potenza (cfr. RE 326).
La grandezza invece è un impulso trattenuto, che tende a sottrarsi a ogni tipo di conflitto. La caratteristica della grandezza sembra essere la rinuncia all'azione, ma per Colli il distacco dalla vita immediata ha un contenuto positivo, più di quanto non lasci intuire la famosa definizione aristotelica, secondo la quale grandezza d'animo sarebbe il rimanere indifferenti alla buona e alla cattiva fortuna. «Staccata dal conflitto, raccolta in se, la grandezza è pur sempre potenza, ma non consumata nella lotta, non impegnata, non invischiata da altro, perturbata da contatto, sforzo, tensione, partecipazione. Essa è sola, senza dualità, contempla la vita, la riflette nella sua totalità, non è un singolo nodo di lotta» (RE 122).
Riferiti agli individui i concetti di grandezza e di potenza descrivono due generi completamente diversi. Coloro che sono immersi totalmente nella vita, che rimangono invischiati nei singoli nodi di lotta, muovono in un quadro riduttivo: i loro confini sono la necessità, la pena, il bisogno, la fatica. La vita intesa come conservazione dell'individuo e propagazione della specie, traccia il limite dell'uomo economico, dell'uomo politico. Chi invece possiede una diversa qualità dell'anima si distacca dalla vita, taglia «i propri impulsi di appropriazione», giunge a una conoscenza superiore, agisce e pensa senza finalità.

Colli come educatore

Capitolo II



33. Nei QUADERNI POSTUMI di Colli c'è un breve ma enigmatico frammento, l'interpretazione del quale può condurre a un importante risultato: individuare su che cosa si fonda la «comprensione di Nietzsche» da parte di Colli.
«Sils-Maria. Vissutezze intense: la cascata. Comprensione di Nietzsche» (RE 814). Qui ogni parola è suggestiva: la comprensione del filosofo e il luogo, la forte emozione e l'immagine. Anche il fatto che esso si trovi «nell'unico manoscritto non filosofico», accresce l'interesse.
All'immagine della cascata Nietzsche ricorse quando volle rendere chiara l'indimostrabile proposizione di Talete «tutto è acqua». Egli consigliava di pensare a « ... un artista figurativo di fronte a una cascata, il quale veda nelle forme che gli balzano incontro una metamorfosi - artisticamente rappresentativa - dell'acqua in corpi di uomini e animali, maschere, piante, rocce, ninfe, grifoni, insomma tutti i tipi esistenti» (PHG 282). Attraverso la metafora Nietzsche recuperava l'intuizione metafisica di Talete, secondo cui «tutto è uno» e ogni cosa manifesta è un travestimento di qualcosa di nascosto. La stessa cosmogonia è disegnata da Colli in modo efficace con l'immagine della cascata che dovrebbe suggerirci Dioniso: « ... uno slancio insondabile, lo sconfinato elemento acqueo, il flusso della vita che precipita da una roccia su un' altra roccia, con l'ebbrezza del volo e lo strazio della caduta; è l'inesauribile attraverso il frammentarsi, vive in ciascuna delle lacerazioni del corpo tenue dell'acqua contro le aguzze pietre del fondo (SG I 16).
La cascata risulta essere un'immagine privilegiata, ad essa ricorre ancora Colli quando deve rendere visibile l'impulso ostacolato: «Come la cascata fermata da una roccia trasmette a questa un'energia. Così sorge il mondo dell'espressione. Ciò in cui si cambia l'impulso trattenuto è l'espressione (quindi seconda per natura - ma simultanea e congiunta)» (RE 40). Il frammento è ripreso in un aforisma (DN 191) in cui si discute proprio la tesi metafisica di Nietzsche.
Fin qui non sembrano esserci problemi interpretativi, poiché risulta documentato per immagini un legame dottrinale tra Nietzsche e Colli, senonché tra i due filosofi esiste un' affinità che va al di là dell'accordo su un' ipotesi. L'immagine evocata da Colli è quella contenuta nella poesia di Nietzsche Sul ghiacciaio (DD 131):
più rapida salta giù dalle rocce
la cascata, come per salutare,
ed eccola ferma, appassionata,
come bianca colonna abbrividente
Il momento culminante di questo quadro non è un impulso ostacolato. L'impetuoso fluire dell'elemento è colto qui per un attimo in sospensione. Un simile accadimento esprime una frase esemplare dello Zarathustra: «esitare come la cascata che precipitando esita ancora» (Za 128). Se a queste ultime immagini, più che alle altre, si lega la comprensione di Nietzsche, dobbiamo chiederei che cosa suggerisce queste esperienza. Alcuni versi di Colli, in cui è riconoscibile la citazione nietzscheana, ci forniscono la risposta:
lo sguardo sciolto dai legami
la visione che piega con un soffio
gli alberi svettanti,
il sorriso del dio che comanda
d'un tratto l'onda s'arresta
esita sognando sotto l'occhio
fermo di Apollo
- precipita dal ghiacciaio la cascata
e si rompono cento ruscelli
nella pianura sanguigna.
Se la vita è paragonabile all'incerto, sofferente e senza posa cadere dell'acqua sulle rocce, se il frantumarsi dell'elemento coincide con l' individuazione, con lo stato in cui «appannato è lo sguardo divino», allora l'onda che si arresta e che esita rappresenta il momento della contemplazione, del distacco.
Colli descrive ancora questa esperienza, adoperando lo stesso termine, sospensione, con cui indica la coincidentia oppositorum insita nell'archè (FE 51-3). «Quando emerge in noi la grande sospensione, quando siamo assaliti dall'emozione che paralizza, senza causa apparente, cade allora il sipario tra noi e le cose, rimane inavvertita la corporeità, si fanno lievi gli oggetti e i contorni perdono la loro fermezza» (DN 70).
Siamo giunti finalmente per una via insolita a individuare ciò su cui si fonda la comprensione di Nietzsche: la sospensione allude alla grandezza. Abbiamo dovuto ricorrere a queste acrobazie interpretative perché Colli ama nascondersi.
In Filosofia dell'espressione l'impulso ostacolato è descritto come un caso di memoria dell'irrappresentabile (FE 36); Colli ha lasciato dunque fuori dal «sistema» ciò che ha vissuto «senza sforzo, con lievità». In termini dionisiaci, ha manifestato il comando mentre ha nascosto il sorriso del dio.
Un «silenzio misterico» avvolge il suo intimo sentire.

Colli come educatore

Capitolo II

28. Nella inattuale Schopenhauer come educatore Nietzsche insegna questa venerazione. La sua testimonianza, ricca di preziosi insegnamenti, diventa per Colli un modello per ripetere l'esperienza. Rivive nell'esperienza di Colli verso Nietzsche quell' amore dell'immortalità che era l'aspetto più importante nel rapporto di discepolato presso i Greci. La sua venerazione lo distingue dal semplice lettore; egli lascia parlare il maestro senza edificare alcuna interpretazione e, senza intermediari, cerca di comprenderlo nella sua «totalità» e non secondo «frammenti casuali o suggestivi».

29. Forte dev'essere stata l'azione di Nietzsche sulla vita individuale di Colli, dal momento che il pensiero del maestro «tocca il tessuto immediato della vita» e come la musica plasma in profondità l'animo (SN 11-14). Ma di questa esperienza intima, giustamente, Colli non ama parlare; un ammirevole senso del pudore gli fa dire che è difficile rendere concettualmente l'effetto fisiologico degli aforismi nietzscheani. Egli preferisce enunciare il senso della cultura che si connette a questa venerazione: «Venerare uno scritto, un uomo del passato è il sentimento più nobile dell'uomo: con esso si vuol superare l'urto volgare del presente, e si cerca di trarre da questo mondo umano dei valori permanenti» (RE 96).

30. Colli propose a se stesso questo complesso ed esaltante enigma di nome Nietzsche perché poteva e voleva comprendere. Il «contatto pieno con la sua persona» gli consente di cogliere in Nietzsche, al di là delle maschere, delle commedie e delle polemiche del momento un «sottofondo immutabile», un atteggiamento fondamentale, che è della grande filosofia: il distacco dal presente, dagli interessi sociali e politici e il tentativo di cogliere e affermare i valori essenziali della vita.
Mentre nella pseudocultura contemporanea si assiste alla compiaciuta confusione con il presente e al relativismo dei valori.

31. Imparare da Nietzsche per Colli significa pure trattare il maestro con la stessa severità e giustizia con cui questi ha giudicato gli altri (DN 196; RE 493). Colli sottolinea alcune «lacune» nietzscheane, come la mancanza di disciplina filosofica o l' acerbità teoretica, anche se riconosce che queste lacune non impediscono a Nietzsche di cogliere intuitivamente la verità (RE 84). Più severa è la critica alle deviazioni dall'immagine dell'uomo integro, che Nietzsche stesso ha proposto nei suoi scritti; quando questi dimentica il suo essere aristocratico, antico per presentarsi invece con i vizi tipici della modernità (scrivere troppo, parlare molto di sé, occuparsi dell'attualità). Colli vuole dimostrare la sua impeccabilità rispetto a un grande modello.

32. Storicamente forse non esiste un pensatore più mal trattato di Nietzsche. La sua persona ha dovuto sopportare la curiosità degli animi più volgari, le sue parole hanno dovuto soddisfare il gusto degli interpreti più corrotti. Solo in Colli troviamo rispettata la sua grandezza. Solo chi ha imparato veramente può essere mosso da un profondo senso di gratitudine.
Verso Nietzsche Colli paga il suo debito di riconoscenza in una maniera che non trova l' eguale. Basti pensare all'impegno profuso per la fedele riproduzione delle Opere nietzscheane. Ed è proprio Mazzino Montinari (suo amico e discepolo) a rendergli il massimo onore, quando nel rifare la «preistoria» della loro edizione ci informa che senza Giorgio Colli essa non ci sarebbe stata (Su Nietzsche, Roma 1981, pp. 3-13).

mercoledì 13 marzo 2013

Omaggio a Colli

Dioniso - marmo - 1995 - cm. 64x50x14


E quando rifluisce sospirando
la spuma delle onde tracotanti
giacciono sulla sabbia
le perle rilucenti della vita
(Colli)