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sabato 20 giugno 2015

Relazione al Caffè dell'Ussaro

Due parole su Enrico Colli, che ho conosciuto in due indimenticabili occasioni: la prima a La Spezia, quando una libreria locale organizzò un incontro di studio in occasione dell'uscita delle lezioni di Colli su Zenone di Elea (21 novembre 1998), la seconda al convegno organizzato, a vent'anni dalla morte del filosofo, da Riccardo di Giuseppe a Todi (22 ottobre 1999). Non ho avuto modo di parlare a lungo con lui – del resto non c'era molto tempo e non c'ero solo io – e mi dispiace molto: avrei voluto sapere da lui alcune cose su suo padre (per esempio, visto che la mia tesi di laurea era sull'estetica di Colli, mi sarebbe piaciuto conoscere i gusti di Colli, le sue preferenze rispetto alle opere d'arte e agli artisti) ma mi bloccò un certo rimore reverenziale, che tutt'ora provo sia nei confronti dei suoi familiari sia nei confronti dei suoi antichi discepoli. Ma mi rammarico soprattutto per non avergli espresso il mio riconoscimento per il modo in cui stava curando le opere di suo padre; avrei voluto ringraziarlo per lo stile severo con cui ci restituiva gli scritti postumi di Colli, senza sovrapposizioni e senza interpretazioni.
E la stessa cura ha saputo mantenerla anche per gli ultimi Platone politico, Filosofi sovrumani, Apollineo e dionisiaco
Io ero molto contento che a curare le opere di Colli fosse un suo familiare, mi sembrava la scelta migliore; col passare del tempo ho compreso che questa scelta attenuava anzi annullava la mia gelosia! Avrei sopportato a fatica la mediazione di un altro curatore, per questo motivo ho letto pochissime cose su Colli, preferendo affrontarlo direttamente, ovviamente all'interno della schiera dei suoi maestri, e ormai sono oltre trentacinque che scavo in questa miniera d'oro.

Negli ultimi anni mi chiedevo: oltre a celebrare la grandezza di Colli, che cosa mi resta da fare seguendo i suoi insegnamenti?
Il Convegno di Lerici è stata per me l'occasione per ripensare il problema estetico in Colli. Allo scritto che grazie alla benevolenza di Angelo Tonelli si trova negli Atti, in cui ho cercato di porre alcune obiezioni, avrei dovuto anteporre una citazione nietzscheana – se non compare è perché sul momento non ricordavo il luogo dei Frammenti postumi in cui essa compare.
Questa citazione – che poi ho ritrovato – è relativa al ripensamento che Nietzsche sta facendo sui suoi scritti giovanili e dice: “Ma posto che io mi sia ingananto, il mio inganno almeno non torna a disdoro né dei suddetti [per Nietzsche si tratta di Schopenhauer e Wagner, per me di Colli] né di me stesso. E' qualcosa, sbagliare così”.
(Fp ago-set 1885, 41 [2]

Una questione a cui sto lavorando da anni è la questione della grandezza.
Un paragrafo di questo lavoro comprende un capitolo Contro l'azione
  1. Il mondo ha senso solo per essere contemplato” (RE 239). Per chi condivide l'insegnamento di Orfeo, che pone il conoscere come essenza della vita e come culmine della vita (SG I 43), la questione della superiorità del filosofo rispetto all'homo politicus o oeconomicus non sarebbe nemmeno da porre. L'esistenza stessa di alcune grandi anime annulla qualsiasi altra individuazione.
  2. Il simbolo orfico dello specchio parla a favore della contemplazione e contro l'azione. Secondo Colli, prima che i filosofi comincino a discutere, in Grecia è già acquisito il risultato teoretico essenziale (RE 303). L'indicazione è suggerita da Orfeo: Dioniso si guarda allo specchio e vede il mondo. Il mondo che ci circonda, inclusi noi stessi che lo conosciamo, è già una conoscenza, un'immagine, un riflesso che non assomiglia al dio, ma è il modo in cui il dio si esprime nell'apparenza (SG I 42-43). Per Colli tuttavia l'immagine suprema del fanciullo allo specchio non indica soltanto la natura illusoria del mondo. Rivelatosi come puro rispecchiamento, il mondo non sorge da un atto creativo; dalla sua nascita è da escludere ogni idea di creazione, di volontà, di azione: “tutto è fermo: la vita e il fondo della vita sono un dio che si guarda allo specchio” (FE 52).
  3. Sulla priorità del conoscere sull'agire sembra non esserci alcun dubbio: non c'è agire senza conoscere, mentre si dà conoscere senza agire. E' impossibile vivere nel presente prescindendo da ciò la memoria che ha elaborato: “l'azione per intervenire presuppone la costituzione dell'oggetto che la indirizzi”.
    Dunque la vita nella sua immediatezza non è azione; o è “sono profondo”, come sapevano gli Indiani; oppure estasi mistica in cui si chiudono le porte dei sensi; ma anche lo stato interiore che precede l'intuizione artistica (cfr. RE 216). Tenendo quindi fermo il punto di vista genetico la preminenza va concessa al conoscere.
  4. Tuttavia Colli sa che non è possibile concedere alla conoscenza una funzione autonoma e che “dal punto di vista dell'organismo umano e dei suoi fini biologici, il conoscere è uno strumento dell'agire” (RE 217). La conoscenza come strumento dell'azione è subordinata ai fini dell'individuo, ma “nella struttura dell'apparenza ... i fini degli individui sono i risultati più illusori, più aberranti dell'immediatezza” (FE 223). Possiamo vedere qui un'allusione a un frammento Eraclito: Che accada quanto vogliono, per gli uomini, non è la cosa migliore (fr. 16). Oppure, utilissimo è il commento ai frammenti fr. 13: i più vivono come se ciascuno avesse un senso suo proprio; e fr. 96: non bisogna fare e dire proprio come i dormienti, dal quale si evince che la conoscenza rivolta all'azione non ci permette di uscire da noi stessi e riconoscere le cose nelle loro realtà. Ma l'aspetto notevole è che questo errore gnoseologico è pure una stortura metafisica, che nel mondo umano si riflette come presunzione e violenza dell’individuo.

  1. Anche se, per difendere l'animalità dell'uomo, Colli riconosce che è “sana” una razionalità che sia l'espressione degli istinti vitali dell'uomo, al contrario dell'ipertrofia del pensiero astratto che porta allo sfacelo biologico (DN 52). E' chiaro che in Colli è il conoscere senza scopo che ha più valore.

  1. Contro l'azione Colli non porta argomenti morali, bensì teoretici. In Filosofia dell'espressione, confutata la sostanzialità del soggetto e posta la rappresentazione come l'unico dato primitivo, afferma che la “conoscenza esiste, ma non ci sarebbe un portatore della conoscenza. Inoltre, se non c'è un portatore della conoscenza, come potrebbe esistere un portatore dell'azione? Senza portatore dell'azione d'altra parte non è concepibile neppure una volontà e l'azione stessa senza un suo portatore è assurda. Chi agirebbe?” (FE 14).
    Il problema consiste nell'impossibilità di ricostruire nella sua completezza l'intricato tessuto rappresentativo, ecco perché la ragione umana ricorre all'aiuto di certi concetti metafisici (volontà, azione).
    L'interruzione dell'universale reticolo rappresentativo è sentita con disagio, la necessità di un vincolo continuo tra le rappresentazioni suggerisce di integrare le lacune conoscitive con concetti approssimativi che semplificano sbrigativamente le fratture e le oscurità tra i gruppi di rappresentazioni che “non stanno sulla stessa linea”. Questi concetti approssimativi sono posti dai filosofi anche “con la pretesa di svelare qualcosa di sostanziale”. Ma nella realtà dell'apparenza, dice Colli, l'unico oggetto razionale è il soggetto empirico, che però è inteso come un gruppo di rappresentazioni a cui non può inerire una facoltà, il volere (cfr. DN 28-30).

7. Contro l'azione, del resto, si pone già l'opposizone posta da Colli, non più come in Schopenhauer tra volontà e rappresentazione, bensì tra interiorità ed espressione.
Vale la pena ricordare che secondo Schopenhauer la cosa in sé non si trova attraverso l'analisi della rappresentazione. Solo attraverso un'apprensione immediata il soggetto coglie l'intimo congegno del suo essere e del suo agire, la volontà. In più, aspetto fondamentale per la metafisica di Schopenhauer, non solo gli atti del corpo ma persino il corpo stesso è fenomeno della volontà. Il corpo insomma è la volontà fattasi visibile.
Dal confronto con Schopenhauer Colli matura la sua visione del mondo, in cui però la fondamentale opposizione tra noumeno e fenomeno viene ripensata nei termini di interiorità (che assume valore di cosa in sé) ed espressione (cioè la rappresentazione).
Anche qui occorre ricordare la differenza che c'è in Colli tra gli scritti giovanili e quelli della maturità: nei primi si parla di interiorità pura in senso mistico, nei secondi il contatto metafisico si “abbassa” a livelo dell'impressione sensoriale, proprio per poterlo inserire all'inizio della conoscenza naturale, cosa che non poteva essere fatta con il “dionisiaco” inteso in senso esclusivamente sovrumano (cfr. AD).
Questa differenza è importante per cogliere la differenza tra i due filosofi. Da una parte abbiamo una metafisica che cerca di spiegare la vita, dall'altra una gnoseologia che spiega il modo in cui la si conosce. In certo senso nei confronti della metafisica Colli è ancora kantiano. In lui le categorie che permettono la conoscenza non sono forme a priori, ma sono ricavate dall'analisi del passaggio tra il contatto e l'espressione. Seguendo Schopenhauer, si spinge in direzione dell'incondizionato, ma non crede che esso possa essere considerato come l'origine dell'essere e dell'agire, bensì semplicemente come l'origine della rappresentazione.

6. Anche l'organismo umano da Colli è visto secondo il profilo espressivo: in quanto composto unificato di rappresentazioni, l'organismo è la convergenza di un gran numero di serie espressive in una sola espressione finale.
La differenza sostanziale con la dottrina di Schopenhauer sta soprattutto qui. Per Colli “l'unità organica non viene presupposta nella sfera dell'immediatezza” (FE 26). Tutto è risolto in termini di rappresentazione, “l'unico dato primitivo” (FE 9).
Il mondo è rappresentazione dunque è il dato più sicuro indubbiamente. L'enigma del vivere sta in una esperienza extrarappresentativa. Data la critica radicale al soggetto, Colli sa che non può essere spiegato l'intimo congegno del suo essere e del suo agire.
La sua filosofia trasforma la metafisica intesa nel senso tradizionale del termine. Poiché l'elemento metafisico è un momento di immediatezza, cioè l'impulso ostacolato è un caso di memoria dell'irrappresentabile.
Ciò che Colli spiega è l'intimo congegno del conoscere, non quello dell'essere e dell'agire. Per quanto riguarda l'agire occorrerebbe sviluppare appunto quella che lui indica come “ipotesi stravagante di una struttura metafisica” (DN 100). Ed è proprio la questione della grandezza in opposizione alla potenza che potrebbe metterci su questa strada. Anche perché Colli individua la radice conoscitiva dell'individuazione nel fenomeno nella differenziazione che c'è in seno ai contatti metafisici, “tra quelli che sono un giuoco, una danza, un riso di fanciullo e quelli che sono oppressi dall'ostacolo più di quanto non sappiano espandersi, in cui dolore e mancanza prevalgono” (RE 308)
Dunque per Colli “la conoscenza esiste, ma non ci sarebbe un portatore della conoscenza” e “se non c'è un portatore della conoscenza, come potrebbe esistere un portatore dell'azione?”. Ecco che l'azione diventa una “qualitas occulta” (FE 14).
Ricordiamo inoltre che tra i principi di ragione sufficiente Colli ammette solo la ratio fiendi e la ratio cognoscendi (rapporto di causa ed effetto e rapporto ragione conseguenza); mentre sono esclusi la ratio essendi e la ratio volendi (poiché Colli non ammette forme a priori e non ammette l'azione).
7. Come è noto, Schopenhauer ha trasferito per analogia il concetto di volontà dalla sfera interiore a quella fenomenica. Per Colli questo modo di procedere è ingenuo: “per quel che riguarda il mondo del divenire anzi, con espressione rigorosa e sintetica, si dovrà dire in generale che, in quanto non si riduca in puri termini di conoscenza e di relazione rappresentativa, non esiste in nessun modo ciò che viene designato con il termine di azione (FE 12-13; DN 86). Con il concetto di volontà (come pure quelli di potenza, spirito, energia, fine, ecc.) non si può pretendere di svelare qualcosa di sostanziale rispetto alla varietà dell'esperienza. Colli chiarisce la sua prospettiva con la distinzione logica tra comprensione e estensione: dato che la comprensione riguarda i predicati essenziali, mentre l'estensione si riferisce agli oggetti del mondo sensibile, ne segue che la prima “precede e prevale” sulla seconda. Difatti spiega Colli l'interpretazione del mondo fisico si regge sugli universali della comprensione; essi in quanto espressione dell'immediatezza del conoscere hanno radici “più concrete della presunta concretezza del mondo fisico” (RE 440; 446; 207a). Questo discorso consente inoltre a Colli di ribadire la preminenza di una teoria del conoscere rispetto a una teoria dell'azione, in base all'elemento metafisico e in rapporto al meccanismo che costituisce la rappresentazione dell'oggetto. In una teoria della conoscenza l'elemento può essere postulato come un limite sia pure inconoscibile, per mezzo di un'analisi dell'espressione che lo testimonia; lo stesso non è possibile in una teoria dell'azione, in cui si vorrebbe introdurre come elemento noto un elemento metafisico “operante nel mondo dell'espressione come suo elemento interno”, poiché in esso, precisa Colli, c'è qualcosa che “si rivela sempre in una rappresentazione che non ha cause o ragioni, che quindi non può essere inserita fondatamente nel tessuto della conoscenza” (RE 228; 228b).
Nel tessuto della conoscenza può essere inserito, pur essendo inconoscibile, l'immediato in quanto sua origine, ma non nessun altro elemento metafisico.
Colli rifiuta decisamente la visione del mondo come volontà. Per lui il mondo “è lecito interpretarlo soltanto come un dato conoscitivo” (FE 12). Tutto è risolto in termini di rappresentazione, nel solo dato accettabile (FE 14).

Questo confronto Schopenhauer – più arduo è quello con Nietzsche – tra conoscere e volere, tra conoscenza e azione, insieme al commento su Eraclito in cui il richiamo a un “errore gnoseologico” che corrispondeva a una “stortura metafisica”, diventano importanti qualora volessimo trovare un criterio per stabilire la superiorità della grandezza d'animo rispetto alla volontà di potenza.
Anche se Colli ci dice che “l'uomo del pensiero che si sente superiore all'uomo della potenza non ha bisogno di metterlo in mostra: la sua esistenza lo prova” (DN 65).

Pisa, 29 aprile 2015

presentazione Atti "Il giovane Colli" a Pisa



sabato 20 dicembre 2014

link tesi

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/lacme-dellopera-darte.html

Tesi

La mia tesi di Laurea discussa all'Università di Bologna il 2 luglio 1984 (titolo originale: La dottrina dell'arte in Giorgio Colli).

martedì 29 luglio 2014

Atti del Convegno



Il giovane Colli


Anche il giovane Colli si presenta a noi come un educatore, proprio nel momento in cui lo troviamo teso ad educare se stesso attraverso lo studio dei grandi del passato, anzitutto i Presocratici e tra i moderni soprattutto Schopenhauer e Nietzsche. Poiché per lui penetrare nell'interiorità di quegli uomini eccezionali (attraverso le loro opere) significa scegliersi il modo più alto di esistere, crearsi un intimo modo di essere perfetto nella vita (AD 29-30).
Dunque sin da subito Colli ha scelto la grandezza come cifra della propria vita (AD 51). E conoscendo la coerenza di cui Colli ha dato prova, non ci stupisce trovare già anticipata nei suoi scritti giovanili quella perfetta fusione dell'aspetto metafisico-gnoseologico e morale (AD 28) che egli realizzerà negli anni della maturità.
Apollineo e dionisiaco (AD) è importante non solo perché possiamo vedere nel giovane Colli già presente quella volontà di dominare le cose con la conoscenza della loro essenza (AD 29), è importante anche perché contiene numerosi riferimenti ad artisti moderni (Pollaiolo, Leonardo, Piero della Francesca, Michelangelo) che non saranno più menzionati nelle opere successive; tranne un generico ma importante riferimento alla pittura del Rinascimento (Dopo Nietzsche 150). Ma Apollineo e dionisiaco è utilissimo soprattutto per cogliere qualche differenza tra l'estetica del periodo giovanile e l'estetica della maturità.
In questo scritto giovanile (1938-1940) Colli si confronta principalmente con Schopenhauer e Nietzsche, che considera le ultime tempre filosofiche, gli unici che nel mondo moderno non usurpano il titolo di filosofo.
A differenza di Schopenhauer, Colli non pensa di stabilire un sistema delle arti. Come è noto Schopenhauer nel terzo libro del Mondo come volontà e rappresentazione pone una diferenza tra la musica, che esprimerebbe direttamente la volontà e le arti figurative, che hanno per oggetto le idee platoniche (espresse secondo un ordine gerarchico, che dal grado più infimo, l'architettura, arriva al grado più elevato, la tragedia). Dal confronto con Schopenhauer Colli invece matura la sua visione del mondo, in cui la fondamentale opposizione tra noumeno e fenomeno viene ripensata nei termini di interiorità (che assume valore di cosa in sé) ed espressione (cioè la rappresentazione).
Alla luce di questa visione, Colli ripensa la distinzione tra apollineo e dionisiaco posta da Niezsche nella Nascita della tragedia. E dice in modo esplicito che la contrapposizione tra il carattere apollineo e il carattere dionisiaco è il criterio fondamentale per qualsiasi interpretazione estetica (AD 57).
Tutto il fenomeno artistico grazie a questa distinzione porta a una sua differente valutazione, per cui al dionisiaco tocca indubbiamente una dignità superiore rispetto all'apollineo. E difatti senza tener conto della differenza tra i generi artistici - cioè musica da una parte e scultura ed epica dall'altra, come aveva fatto Nietzsche – Colli stabilisce la differenza tra arte sovrumana (dionisiaca) e arte umana (apollinea).
Chiariamo questi due concetti. Il dionisiaco individuale (e non collettivo – grande errore della Geburt, secondo Colli: AD 63) viene definito come “interiorità pura, sentimento e volontà denudati da immagini” (AD 111). Per cui processo creativo dell'opera d'arte avverrebbe secondo questi termini: il vero cretore dionisiaco parte dalla propria interiorità, senza stimoli esterni e senza l'impressione di cose particolari, e quando la sua solitudine trabocca di vissutezza e sente il bisogno di comunicare con gli altri uomini cerca affannosamente simboli visivi che espriamano il suo interno (AD 119, 129).
L'apollineo invece è espressione, la sua natura è sin dall'inizio condizionata e nella sua essenza è inferiore e dipendente dal dionisiaco (AD 79), per cui gli aritsti umani (Omero, Dante, Shakespeare, Verdi) si muovono nell'ambito della rappresentazione, creano cioè attraverso l'umano. Nel loro stato sognante, contemplativo, partono da una immagine creata spontaneamente o da una sensazione o da un'esperienza personale e questa immagine, che ha dato luogo al loro sentimento, è quella stessa che poi viene trasformata artisticamente.
Nelle opere della maturità la distinzione tra arte umana e arte sovrumana non compare. Forse ne rimane una traccia nell'aforisma intitolato “Nebbia e sole” (Dopo Nietzsche 179), in cui Colli distingue un mistcismo mediterraneo, visionario, da un misticismo nordico, che rifugge dall'apparenza sensibile.
Questo mutamento è dovuto molto probabilmente al nuovo significato che viene ad assumere a Apollo in seguito alla sua geniale ricostruzione delle origini della sapienza. Anzi, ne La nascita della filosofia la preminenza è data ora ad Apollo, tant'è che qui l'estasi misterica dionisiaca veine considerata “il presuposto della conoscenza, anziché conoscenza stessa”, di cui invece Apollo è signore (NF 15-17).
Negli scritti della maturità, e ci riferiamo soprattutto al capitolo “Arte è ascetismo” dell'opera Dopo Nietzsche, la distinzione tra arte umana e arte sovrumana non viene ripresa, e si può dire quindi – parafrasando una celebre opera di estetica del Settecento – che qui le belle arti sono ricondotte a un unico principio: il dionisiaco soltanto.
In tutti i casi, per concludere, al di là dei generi espressivi e delle variazioni dovute all'approfondimento delle due divinità greche, ci sembra di poter dire che viene riconfermato il pensiero fondamentale maturato negli anni giovanili: l'arte deve avere un valore metafisico. La rappresentazione deve essere vista in relazione a un fondo dionisiaco. Questo è l'unico metro per scoprire la grande arte (La ragione errabonda fr. 505, 179).
Data questa severa concezione estetica, non stupisce l'assenza, sia negli scritti giovanili sia nelle opere delle maturità, di un qualche riferimento all'arte contemporanea. Anzi, in un frammento dei suoi “Quaderni postumi”, in cui Colli critica i sistemi filosofici contemporanei, che secondo lui nascono dalla loro smania di mostrarsi originali e dalla inconfesata incapacità di tenere il passo con i grandi del passato, li paragona a tutte le rivolte anti-tradizionaliste dell'arte figurativa più recente (La ragione errabonda fr.92).
Un'estetica impegantiva quella di Colli, che meriterebbe di essere onorata da qualche artista che volesse assumerla come poietica o da qualche filosofo che volesse seguirne i suggerimenti e i criteri per una critica d'arte.
 
[testo preparato per la presentazione degli Atti]