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sabato 4 ottobre 2014
testo completo di "Colli come educatore"
http://www.giorgiocolli.it/sites/default/files/Colli%20come%20educatore.pdf
martedì 29 luglio 2014
Il giovane Colli
Anche
il giovane Colli si presenta a noi come un educatore, proprio nel
momento in cui lo troviamo teso ad educare se stesso attraverso lo
studio dei grandi del passato, anzitutto i Presocratici e tra i
moderni soprattutto Schopenhauer e Nietzsche. Poiché per lui
penetrare nell'interiorità di quegli uomini eccezionali
(attraverso le loro opere) significa scegliersi il modo più
alto di esistere, crearsi un intimo modo di essere perfetto nella
vita (AD 29-30).
Dunque
sin da subito Colli ha scelto la grandezza come cifra della propria
vita (AD 51). E conoscendo la coerenza di cui Colli ha dato prova,
non ci stupisce trovare già anticipata nei suoi scritti
giovanili quella perfetta fusione dell'aspetto
metafisico-gnoseologico e morale (AD 28) che egli realizzerà
negli anni della maturità.
Apollineo
e dionisiaco (AD) è
importante non solo perché possiamo vedere nel giovane Colli
già presente quella volontà di dominare le cose con la
conoscenza della loro essenza (AD 29), è importante anche
perché contiene numerosi riferimenti ad artisti moderni
(Pollaiolo, Leonardo, Piero della Francesca, Michelangelo) che non
saranno più menzionati nelle opere successive; tranne un
generico ma importante riferimento alla pittura del Rinascimento
(Dopo Nietzsche 150).
Ma Apollineo e dionisiaco è
utilissimo soprattutto per cogliere qualche differenza tra l'estetica
del periodo giovanile e l'estetica della maturità.
In
questo scritto giovanile (1938-1940) Colli si confronta
principalmente con Schopenhauer e Nietzsche, che considera le ultime
tempre filosofiche, gli unici che nel mondo moderno non usurpano il
titolo di filosofo.
A
differenza di Schopenhauer, Colli non pensa di stabilire un sistema
delle arti. Come è noto Schopenhauer nel terzo libro del Mondo
come volontà e rappresentazione
pone una diferenza tra la musica, che esprimerebbe direttamente la
volontà e le arti figurative, che hanno per oggetto le idee
platoniche (espresse secondo un ordine gerarchico, che dal grado più
infimo, l'architettura, arriva al grado più elevato, la
tragedia). Dal confronto con Schopenhauer Colli invece matura la sua
visione del mondo, in cui la fondamentale opposizione tra noumeno e
fenomeno viene ripensata nei termini di interiorità
(che assume valore di cosa in
sé) ed espressione (cioè
la rappresentazione).
Alla
luce di questa visione, Colli ripensa la distinzione tra apollineo e
dionisiaco posta da Niezsche nella Nascita della tragedia.
E dice in modo esplicito che la contrapposizione tra il carattere
apollineo e il carattere dionisiaco è il criterio fondamentale
per qualsiasi interpretazione estetica (AD 57).
Tutto
il fenomeno artistico grazie a questa distinzione porta a una sua
differente valutazione, per cui al dionisiaco tocca indubbiamente una
dignità superiore rispetto all'apollineo. E difatti senza
tener conto della differenza tra i generi artistici - cioè
musica da una parte e scultura ed epica dall'altra, come aveva fatto
Nietzsche – Colli stabilisce la differenza tra arte sovrumana
(dionisiaca) e arte umana (apollinea).
Chiariamo
questi due concetti. Il dionisiaco individuale (e non collettivo –
grande errore della Geburt, secondo
Colli: AD 63) viene definito come “interiorità pura,
sentimento e volontà denudati da immagini” (AD 111). Per cui
processo creativo dell'opera d'arte avverrebbe secondo questi
termini: il vero cretore dionisiaco parte dalla propria interiorità,
senza stimoli esterni e senza l'impressione di cose particolari, e
quando la sua solitudine trabocca di vissutezza e sente il bisogno di
comunicare con gli altri uomini cerca affannosamente simboli visivi
che espriamano il suo interno (AD 119, 129).
L'apollineo
invece è espressione, la sua natura è sin dall'inizio
condizionata e nella sua essenza è inferiore e dipendente dal
dionisiaco (AD 79), per cui gli aritsti umani (Omero, Dante,
Shakespeare, Verdi) si muovono nell'ambito della rappresentazione,
creano cioè attraverso l'umano. Nel loro stato sognante,
contemplativo, partono da una immagine creata spontaneamente o da una
sensazione o da un'esperienza personale e questa immagine, che ha
dato luogo al loro sentimento, è quella stessa che poi viene
trasformata artisticamente.
Nelle
opere della maturità la distinzione tra arte umana e arte
sovrumana non compare. Forse ne rimane una traccia nell'aforisma
intitolato “Nebbia e sole” (Dopo Nietzsche
179), in cui Colli distingue un mistcismo mediterraneo, visionario,
da un misticismo nordico, che rifugge dall'apparenza sensibile.
Questo
mutamento è dovuto molto probabilmente al nuovo significato
che viene ad assumere a Apollo in seguito alla sua geniale
ricostruzione delle origini della sapienza. Anzi, ne La
nascita della filosofia la
preminenza è data ora ad Apollo, tant'è che qui
l'estasi misterica dionisiaca veine considerata “il presuposto
della conoscenza, anziché conoscenza stessa”, di cui invece
Apollo è signore (NF 15-17).
Negli
scritti della maturità, e ci riferiamo soprattutto al capitolo
“Arte è ascetismo” dell'opera Dopo Nietzsche, la
distinzione tra arte umana e arte sovrumana non viene ripresa, e si
può dire quindi – parafrasando una celebre opera di estetica
del Settecento – che qui le belle arti sono ricondotte a
un unico principio: il
dionisiaco soltanto.
In
tutti i casi, per concludere, al di là dei generi espressivi e
delle variazioni dovute all'approfondimento delle due divinità
greche, ci sembra di poter dire che viene riconfermato il pensiero
fondamentale maturato negli anni giovanili: l'arte deve avere un
valore metafisico. La rappresentazione deve essere vista in relazione
a un fondo dionisiaco. Questo è l'unico metro per scoprire la
grande arte (La ragione errabonda fr.
505, 179).
Data
questa severa concezione estetica, non stupisce l'assenza, sia negli
scritti giovanili sia nelle opere delle maturità, di un
qualche riferimento all'arte contemporanea. Anzi, in un frammento dei
suoi “Quaderni postumi”, in cui Colli critica i sistemi
filosofici contemporanei, che secondo lui nascono dalla loro smania
di mostrarsi originali e dalla inconfesata incapacità di
tenere il passo con i grandi del passato, li paragona a tutte le
rivolte anti-tradizionaliste dell'arte figurativa più recente
(La ragione errabonda fr.92).
Un'estetica
impegantiva quella di Colli, che meriterebbe di essere onorata da
qualche artista che volesse assumerla come poietica
o da qualche filosofo che volesse seguirne i suggerimenti e i criteri
per una critica d'arte.
[testo preparato per la presentazione degli Atti]
domenica 18 maggio 2014
Nietzsche e Colli
Prima parte di un seminario di approfondimento a scuola
Anzitutto
c'è tra i due un rapporto editoriale:
le
Opere di Nietzsche sono state
pubblicate in Italia (e nella stessa Germania) secondo il testo
critico stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari. Quest'ultimo
è stato allievo di Colli al Liceo “Machiavelli”di Lucca e
poi amico e collaboratore di Colli.
Montinari
essendo diventato un germanista (e pure iscritto al partito
comunista) ebbe modo di accedere all'Archivio Nietzsche di Weimar
(Archivio Goethe-Schiller), che si trovava nella Repubblica
Democrarica Tedesca, e attraverso un lungo lavoro, a partire dal
1961, esaminando i quaderni del filosofo, confrontati con le opere
pubblicate, stabilisce insieme a Colli il testo critico delle Opere
di Nietzsche.
Le
traduzioni, oltre a quelle di Colli e Montinari, sono di Sossio
Giametta, Ferruccio Masini e altri. Mazzino Montinari svolse in
Germania un grande lavoro, tuttavia nel rifare la “preistoria”
della loro edizione scrisse che senza Colli l'edizione delle Opere
non ci sarebbe stata (Su
Nietzsche, Roma 1981,
pp. 3-13).
Colli
è noto ai più per essere stato il “curatore” delle
opere di Nietzsche. Ma chi si trova a fare i conti con N. si accorge
presto che Colli non è un semplice curatore delle sue opere,
ma un discepolo che è diventato filosofo perché ha
saputo imparare e ha voluto imparare dal maestro.
Dopo
Nietzsche: “Come si diventa un filosofo. Scegliere per
tempo i propri maestri (il fiuto dev'essere innato) – purché
siano pochi. Stringerli, spremerli, sviscerarli, tormentarli,
sminuzzarli e rimetterli insieme, senza subire la lusinga della
polimatia. Minatore fedele alla sua caverna: è la faccia
oscura del filosofo. Schopenhauer ha conosciuto questa ricetta:
Nietzsche no, ma ha saputo scavare Schopenhauer” (p. 26).
Di
questa venerazione Nietzsche diede prova nella inattuale Schopenhauer
come educatore. Colli ripete con Nietzsche la stessa esperienza,
ma sul maestro non scrive nessun saggio, egli invece lo lascia
parlare senza edificare alcuna interpretazione e senza intermediari,
cerca di comprenderlo insomma nella sua totalità e non secondo
frammenti casuali o suggestivi. Non è il caso, secondo lui, di
interpretare le parole di Nietzsche ma di riprodurle secondo l'ordine
in cui si sono manifestate.
Dopo
Nietzsche (1974) è un
libro che parla di Nietzsce ma non è un libro su Nietzsche.
Voi
sapete certamente che storicamente non esiste un pensatore più
mal trattato di Nietzsche. La sua personalità e
il suo pensiero hanno dovuto sopportare la curiosità degli
animi più volgari e soddisfare il gusto degli interpreti più
corrotti.
Spesso
le sue parole sono state utilizzate per sostenere gli scopi più
esacrabili. Gli è toccato di essere bandito per le
allucinazioni di animi patologicamente deviati.
Leggo
un aforisma di Colli dal titolo Citazioni
proibite. “Un
falsario è chi interpreta Nietzsche utilizzando le sue
citazioni, perché gli farà dire tutto quello che vorrà
lui, aggeggiando a suo piacimento parole e frasi auetentiche. Nella
miniera di questo pensatore è contenuto ogni metallo:
Nietzsche ha detto tutto e il contrario di tutto. E in generale è
disonesto servirsi delle citazioni di Nietzsche parlando di lui,
poiché così di dà valore alle proprie parole con
la suggestione che suscita l'introduzione delle sue” (Dopo
Nietzsche, p. 196).
Quindi
secondo Colli parlare delle sue idee è inutile, perché
nessuno può parlare meglio di quanto abbia fatto lui;
Nietzsche è come la musica: agisce in profondità, tocca
il tessuto immediato della vita, le sue parole arrivano prima
all'animo che alla ragione. In molti oggi credono di aver capito N.
ma il vero capire è fare qualcosa nella direzione che egli ha
indicato. E Colli lo ha fatto (gli studi sulla Sapienza, e il
progetto editoriale presso la casa editrice Boringhieri con
l'Enciclopedia degli Aurori Classici).
Solo
in Colli, ci pare, troviamo rispettata la sua grandezza, poiché
solo chi ha imparato veramente può essere mosso da un profondo
senso di venerazione e gratitudine. E Colli il suo debito di
riconoscenza lo paga con l'impegno profuso nella fedele edizione
delle Opere.
Colli
propose a se stesso questo complesso e esaltante enigma di nome
Nietzsche perché poteva e voleva
comprendere. Perché è un filosofo.
Un
rapporto profondo gli consente di cogliere in lui - al di là
delle maschere, delle commedie e delle polemiche del momento, che
Nietzsche assume spesso - un sottofondo immutabile, un atteggiamento
fondamentale che è della grande filosofia: il distacco dagli
interessi sociali e politici e il tentativo di cogliere e affermare i
valori essenziali della vita.
Capire
Nietzsche veramente significa scartare la tracotanza con cui egli
ha aggredito la realtà circostante.
Imparare
da Nietzsche per Colli significa pure trattare il maestro con la
stessa severità e giustizia con
cui questi ha giudicato gli altri. Per cui non dobbiamo perdonare a
N. le sue debolezze, ciò significa aver imparato da lui.
Ben
inteso, per Colli Nietzsche è anzitutto più filosofo di
ogni altro filosofo moderno, se per filosofia si intende una
concezione totale della vita, più intuitiva che logica.
Tuttavia Colli sottolinea alcune lacune di Nietzsche proprio come
filosofo:
- la mancanzza di disciplina filosofica o l'acerbità teoretica; mancanza di capacità deduttiva, l'incertezza e l'incostanza nelle sue argomentazioni ...
- N. non sa dimostrare ma sa cogliere la verità; con tutti i proclami sulla libertà di spirito, N. non sa dire quando e perché una conoscenza è vera o falsa;
- è ignorante per quanto riguarda la storia della filosofia; a volte per dispetto a Schopenhauer elogia Hegel (assorbe la grande menzogna tedesca connaturata alla lingua: Werden – divenire);
- non distingue da Kant da Hegel;
- per certe cose è affine a Spinoza ma lo conosce attraverso una esposizione manualistica; e anche per i Greci spesso le sue fonti biografiche e dossografiche sono tarde;
- gli unici filosofi che ha letto direttamente sono Platone e Schopenhauer, ma del primo non ha affrontato tereticamente la dottrina delle idee, limitandosi a discutere questioni morali, politiche o estetiche; del secondo ha letto più i Parerga che il Mondo, mentre gli è estraneo il chiaro impianto della Quadruplice;
- storicamente N. rimane immerso nell' irrazionalismo del secolo ma non è stato lui a scatenarlo, anzi lo è meno di tutti, sino a che si rivolge ai Greci e a Schopenhauer, però non affronta il problema della razionalità, non critica la ragione, l'adopera come a arma distruttiva e crede in essa; N. è assertore della ragione fino ad abbassarsi alla volgarità positivista; il suo scetticismo insomma non è estremistico;
- spesso si serve più della psicologia che della logica, ma senza rigore scientifico, usandola come strumento letterario e suggestivo:
- N. è un filosofo a metà, anche se le sue doti intuitive sono filosofiche e non artistiche, nel senso che coglie l'universale e non si ferma al particolare;
- N. scrive troppo: non ha saputo dosare le proprie energie, si è bruciato troppo presto, sopraffatto dall'ebbrezza dionisiaca; egli fu un autentico homo scribens; lui che fu un dissacratore, non ha saputo dissacrare l'attività di scrittore; che senso ha parlare della follia, del dionisiaco, parlare contro ogni astrazione e poi consumare la vita nello scrivere, nella commedia, nella non vita;
- e in effetti N. visse come un asceta (l'impulso egoistico ad affermarsi contro gli altri, l'ira, l'invidia e le altre passioni non sono testimoniate in ciò che conosciamo della sua vita; anche Zarathstra è un asceta;
- N. parla troppo di sé, si mette a nudo...
- si occupa dell'attualità, lui che che si coinsiderava un filosofo zeitlos (senza tempo); N. è l'antipolitico per eccellenza e se interviene nella mondanità lo fa per vanità, per la sua presunzione a vederci meglio degli altri... qui però i risultati di pensiero sono di rango inferiore; l'attuale in N. è l'aspetto meno rilevante del suo pensiero;
- ricerca a tutti i costi dell'originalità, tipico vizio della modernità, che lo porta ad affermare il paradossale;
- modesti sono certi suoi bersagli polemici (Strauss);
- ha distrutto la Germania come mito culturale, ma per polemica contro i tedeschi ha elogiato i francesi, spesso personaggi di scarsa importanza;
Questi
attacchi di Colli non devono ingannare, non sono una interpretazione.
Nietzsche è il solo
contro cui abbiano senso gli attacchi. Per poterlo fare bisognava
porsi al suo livello, e Colli lo ha fatto.
Molto
severa è la critica è la critica alle deviazioni
dell'immagine dell'uomo integro, che Nietzsche stesso ha proposto nei
suoi scritti; quando Nietzsche dimentica il suo essere aristocratico,
antico, per presenarsi invece con i vizi tipici della modernità.
Per comprendere ancora meglio il giudizio di Colli conviene leggere
questo aforisma Il modello dell'integrità (in Dopo
Nietzsche, pp. 199-201): “L'uomo moderno è spezzato,
frammentario. Una vita integra gli è preclusa, qualòunque
sia il paese in cui vive, l'educazione che ha ricevuto, la classe
sociale cui appartiene. Egli avverte come una fatalità questa
frattura, irrimediabile, sin dal principio, se ha la capacità
di avvertirla. L'individuo e la collettività si sono
allontanati con il trascorrere dei secoli, lungo cammini divergenti,
e continuano perciò ad allontanarsi. Ciò che la
collettività si attende dall'individuo, presuppone in lui, è
sempre diverso da quello che egli scopre in se stesso come autentico,
sorgivo. E chi è qualcosa di più che una formica, chi
vuol lasciare dietro di sé una traccia durevole tra le
apparenze, il suo strascico, di cometa o di lumaca, viene frantumato
dal mondo umano, non dalla sua ostilità, ma semplicemente
dalla sua estraneità, dalle sue regole, dai suoi
comportamenti, dalle sue consuetudini. Nella collettività
l'espressione dell'individuo non riecheggia, non rifulge più,
è perduta l'armonia del mondo antico.
Negli
ultimi due secoli l'apparizione di una grande personalità si
accompagna al quadro di un'esistenza tragica, quando non intervenga
un temperamento accomodante o vile a preservare l'iindividuo. La
lista sarebbe lunga. Nietzsche è un esempio clamoroso,
emblematico, di questo destino. Ed eccezionale è il suo
pudore, la lotta temeraria, disperata, di chi si sente destinato a
soccombere, eppure tenta di mascherare la sua sorte. Nietzsche vuole
una vita integra, e vuole mostrarsi come integro. In questo è
“antico”: giudica degradante rivelare, esibire la vita spezzata
come tale, e non permette a nessuno di pensare che l'esistenza di chi
parla al mondo, come fa lui, nasconda un fallimento. Qundo la
dilacerazione nondimeno erompe, Nietzsche sa presentare l'effusione,
la rottura degli argini, come menzogna poetica. Ma questa maschera
della pienezza, la commedia dell'integrita, è insostenibile,
favorisce il compimento di ciò che vuole celare, la
dissoluzione della persona.
Cosa
importa d'altronde se quell'integrità che lui proclmava non si
è realizzata nell'uomo Nietzsche? E certo la curiosità
pettegola dei nostri contemporanei, che si è gettata
avidamente sulla disgregazione dell'uomo, non è riuscita a
sminuire per nulla l'espressione di questo individuo, ciò che
lui mise fuori di sé, sopra di sé. Poiché, in un
mondo che stritola l'individuo, Nietzsche è stato capace di
farci cedere l'individuo non piegato dal mondo. Questo risultato lo
raggiunge in un'epoca che si è compiaciuta – e il
compiaciento oggi è anche più forte – di mostrare la
vita spezzata, l'individuo fallito. Se la persona di Nietzsche è
stata infranta, ciò non dimostra nulla contro di lui. In
cambio egli ci ha lasciato un'immagine diversa dell'uomo, ed è
con questa che dobbiamo misurarci noi”.
Valeva
la pena di riportare per esteso quest'aforisma; non solo per
sottolineare l'eroismo nietzscheano, ma anche per la riflessione sul
mondo che esso contiene.
giovedì 31 ottobre 2013
testo definitivo per gli atti del Convegno
Maurizio
Rossi, Docente di Filosofia
Apollineo
e dionisiaco
La
recente pubblicazione di alcuni scritti giovanili di Giorgio Colli,
nel volume Apollineo e Dionisiaco
(Adelphi, Milano 2010), ci permette di chiarire il pensiero del
filosofo sull’arte, con alcuni esempi, che integrano e spiegano gli
aforismi dedicati all’arte contenuti nella sezione “Arte è
ascetismo” di Dopo Nietzsche
(1974). Tra gli studiosi di Colli queste note, che comprendono quelle
sull’arte figurativa, erano molto attese, visto che durante il
Convegno pisano nel novembre del 2004 ne era stata data notizia.
Il
problema centrale della teoria di Colli riguarda l’espressione del
dionisiaco. Qui Colli
segue Nietzsche. Ecco cosa scrive nel ’72: “Grande
scoperta di Nietzsche sull’arte: non si deve considerare la
rappresentazione come tale…, ma di vederla in relazione a un fondo
dionisiaco… Questo è l’unico metro
per scoprire la grande
arte…”. (La
ragione errabonda, fr.505). Non ci resta che
capire come si misura
la vera grande arte; poiché come scoprirla
lo sappiamo già.
Riassumiamo
brevemente quanto sostiene Colli negli aforismi dedicati all’arte
contenuti nella sezione “Arte è
ascetismo” di Dopo
Nietzsche (1974). Anzitutto per lui “l’arte
non ha un oggetto”. L’artista non crea
nulla, non imita nulla, non inventa, ma ritrova qualcosa nel passato:
estrae gemme nascoste dal tessuto della vita. Per cui a rigore non
c’è un oggetto, reale e ideale che sia, che l’arte debba
necessariamente esprimere. Ogni estetica che parte dall’oggetto
della rappresentazione artistica, percorre una strada sbagliata.
Colli
precisa che “artista”
non è chi “scrive poesie, o le cui
poesie sono considerate arte per giudizio generale, o di alcuni
esperti, bensì colui che si comporta nel modo”
che spiega: l’artista è colui che sapendo retrocedere nel
passato recupera “miracolosamente” le rappresentazioni nascenti,
quegli attimi inesprimibili che non si trovano nella coscienza
quotidiana dell’uomo. Intesi come primo ricordo dell’immediatezza
della vita, questi attimi sono il materiale onde si costituisce
l’individuo, per cui il recupero è possibile per chi sappia
regredire, secondo la traccia del tempo invertito, in direzione di
una condizione che precede quella dell’individuazione, l’immediato.
La
tecnica dell’artista non consiste nelle capacità espressive,
nelle abilità manuali, bensì nella capacità di
rievocare il passato: si tratta dunque di una tecnica interiore,
definita ascetica.
Il
distacco dalla vita attuale, al di là del prospettive
contingenti relative alla psicologia dell’artista, è
decisivo e rivelatore della vera arte.
L’arte
inverte il corso del tempo, la sua spinta dal presente verso il
passato è contraria alla spinta cosmologica. Essa toglie la
maschera alla necessità che plasma incontrastata la nostra
vita, si oppone al trascinamento temporale, al flusso delle cose e ai
loro nessi; si oppone al tralignamento connaturato a ogni
manifestazione della realtà vivente, che appare come esistenza
organica, ordinata, corposa, mentre è astrazione, anchilosato
cristallizzarsi di categorie.
L’artista
ha lacerato le ragnatele dell’astrazione, strappato l’ordito
dell’ottimismo, in cui la necessità dissimula la sua
violenza con il miraggio della finalità.
Come
profondità o come passato l’arte recupera un universo in cui
la necessità si mostra nella sua fluidità e il giuoco
nel suo trionfo, un mondo in cui regna la manía,
e la vita appare privata del dolore dell’individuazione. Una sorta
di “infanzia”, in cui gli attimi,
componenti elementari, che agglutinandosi fanno sorgere l’individuo,
si liberano nella loro incandescente veemenza.
Chi
riesce a demolire la falsa corposità del mondo, a liberarsi
dallo spettro della necessità e va oltre, trova la violenza
mescolata al gioco
(Dioniso).
L’arte
non assomiglia a nulla di questo mondo: quasi tutte le perfezioni e
le squisitezze di questo mondo si gustano nell’arte, proprio perché
qui la vita appare depurata dalla violenza.
Il
cammino ascendente
dell’artista, dal presente al passato di
ricordo in ricordo, in direzione dell’immediato, ha poi un
riflusso, in cui l’artista comincia dire quello che ha veduto. Dopo
aver vissuto nel passato, ora vuole ritornare per raggiungere con la
sua opera gli altri uomini. Ora opera come un demiurgo, arricchisce
la trama delle rappresentazioni con la sua espressione artistica.
Nell’opera d’arte tutti gli elementi della cosmologia (tempo,
spazio, numero, causalità, necessità) sono accettati.
Tuttavia gli attimi recuperati, date le differenti condizioni
rappresentative che caratterizzano la vita ascendente da quella
discendente, non sono riprodotti fedelmente: può accadere per
esempio che quanto era iniziale nel recupero risulti finale
nell’opera.
L’aspetto
interessante di questa corsa all’indietro dell’artista è
che l’immediato deve
trovare un’espressione nel cammino discendente: è questa
l’acme dell’opera d’arte. Prezioso suggerimento che la critica
d’arte dovrebbe far proprio (Dopo Nietzsche,
pp. 113-128).
Dunque
il contenuto dell’arte
è il dionisiaco.
Qui, dove la violenza è mescolata al giuoco, è assente
ogni condizione astratta. Quali sono i significati intrinseci di
Dioniso? Sappiamo che è il dio delle contraddizioni, di tutte
le contraddizioni (gioia e dolore, caso e necessità, estasi e
spasimo, ecc.)
Se
l’arte vera deve essere espressione del dionisiaco
dovrebbe presentare l’ambiguità primordiale, carattere
contraddittorio del dionisiaco.
In
Colli appare evidente che il “contenuto
dionisiaco”, che può essere espresso
in forme, colori, suoni, volumi, parole, è qualcosa che
riguarda la vita interiore dell’artista. Quelle che egli altrove ha
chiamato “vissutezze”
sarebbero il contenuto dell’opera. Quali esempi ci offre Colli a
sostegno della sua tesi? A parte la generica affermazione in cui dice
che non gli “sembra azzardato sostenere che
qualcuno si sia comportato così”,
per quanto riguarda il comportamento. Nel finale di un aforisma, non
pubblicato in Dopo Nietzsche,
presente nei suoi Quaderni postumi (La ragione
errabonda, fr. 530n),
parlando dell’arte intesa come allontanamento dal presente, Colli
aggiungeva: “ciò è
documentabile in generale, in Hölderlin e Leopardi, in Ariosto e
Cervantes, in Mozart e Wagner; in certi casi poi è degna di
meditazione la struggente immersione nel passato, come in Stendhal e
Proust”. Questo breve elenco si completa
con altre tre grandi anime dell’età moderna: Shakespeare,
Beethoven e Dostoevskij, nominati in altri luoghi.
Mancavano
nell’elenco precedente gli artisti figurativi, ma ora, grazie agli
scritti appena pubblicati (Apollineo e
dionisiaco), sappiamo che nel novero dei
grandi devono essere inseriti: A. del Pollaiolo, Botticelli,
Raffaello, Leonardo, Piero della Francesca, Tiziano, Michelangelo e
altri, tutti interpretati secondo le categorie dell’apollineo
e del dionisiaco.
Diventa
chiaro ora l’aforisma, probabilmente scritto pensando proprio al
Pollaiolo: “Il paesaggio toscano diventa
carico di mistero nella pittura del Rinascimento: dietro si nasconde
la vita dell’autore, i nessi personali sfuggono. In quel mistero si
esprime la volontà di celarsi, il possesso si un’altra
ricchezza” (DN 150). Cfr
AD 169-170 [aforisma citato nel film
di Marco Colli Giovanni senza pensieri].
Vincolati
dal tema da rappresentare, agli artisti del Rinascimento, sembra dire
Colli, non rimaneva altro spazio che il paesaggio per esprimere le
proprie vissutezze. I contenuti della religione ebraico-cristiana mal
si adattano all’espressione del dionisiaco. E’ dunque questo un
esempio per giudicare ciò che è dionisiaco?
Aver visto la “verità delle ultime
cose” in una pianura (cfr.
AD 169-170), ci lascia sorpresi, se dimentichiamo che si tratta di
scritti giovanili.
Schopenhauer
invece, distinguendo il significato reale da quello nominale, aveva
visto nella quiete dei volti e nell’espressione dei santi e delle
madonne la soppressione della volontà, il riflesso della più
perfetta conoscenza (Il mondo come volontà
e rappresentazione, § 48).
Dalle
osservazioni di Colli, dobbiamo pensare che il genere del paesaggio
offre la migliore occasione all’artista per esprimere le proprie
vissutezze? E se un artista volesse esprimere il proprio vissuto con
un’opera d’arte astratta, se volesse simbolizzare i ricordi
dell’immediato attraverso l’espressionismo astratto, saremmo in
grado, noi fruitori, di dire che qui viene espresso il dionisiaco?
E con quali criteri? Se l'immediato
“deve trovare
un'espressione “, il semplice legame
simbolico tra interiorità ed espressione non garantisce quella
continuità che permetterebbe a noi fruitori di cogliere
l'acme.
Prendiamo
ancora Apollineo e dionisiaco.
Qui egli vuole arrivare a un concetto di dionisiaco
più vasto di quello dato da Nietzsche ne La
nascita della tragedia. Questo concetto viene
così definito da Colli: “esso è
la fase di aspirazione intima di certi uomini eccezionali prima che
essi giungano a qualsiasi espressione, l’impulso a superare tutto
ciò che è umano … il dionisiaco individuale [e non
collettivo] è interiorità pura, sentimento e volontà
denudati da immagini” (AD 111).
Il
dionisiaco così inteso è stato per Colli il criterio
per giudicare i Sapienti
e le grandi anime del mondo moderno. In questo atteggiamento egli
accoglie il giudizio già espresso da Nietzsche, il quale aveva
affermato: “Tutto ciò che ora
chiamiamo cultura, educazione, civiltà, dovrà un giorno
comparire davanti all’infallibile giudice Dioniso”.
Rispetto agli scritti della maturità, in questi scritti
postumi c’è l’orgoglio giovanile, quella certezza che nel
tentativo di distinguersi dalla mediocrità stabilisce delle
gerarchie nell’ambito delle “verità
interiori” (AD 168).
Tuttavia,
dal momento che è sempre stato Colli a farci riflettere, per
questa occasione tocchiamo alcune questioni che rimangono aperte nel
pensiero di Colli e le differenze rispetto agli scritti successivi,
soprattutto in relazione al riconoscimento del valore espressivo di
un’opera d’arte.
In
Apollineo e dionisiaco
Colli parla dell’arte apollinea, che definisce arte umana; essa,
non essendo interiorità pura come il dionisiaco
(sovrumana), è legata, per quanto riguarda la sua creazione,
all’immagine, all’oggetto, che è il principio e punto di
arrivo dell’attività artistica.
Negli
aforismi dedicati all’arte in Dopo
Nietzsche, Colli estende il dionisiaco a
tutta l’arte senza alcuna distinzione per quanto riguarda il genere
espressivo. E sarà la presenza del dionisiaco,
recuperato attraverso una tecnica interiore, a determinare secondo
lui l’arte vera; ed essendo il dionisiaco interiorità
pura, negli aforismi di DN, l’arte perciò
“non ha un oggetto”.
Ecco
dunque la questione: non è tanto l’ascetismo o
l’allontanamento dal presente il vero tema dell’estetica di
Colli, quanto il carattere simbolico dell’arte dionisiaca. Dopo la
corsa all’indietro, in direzione dell’immediato,
l’artista si serve di oggetti di questo mondo per tradurre le gemme
nascoste dal tessuto della vita.
Il
nocciolo del problema è proprio questo: se l’arte non è
in rapporto diretto con gli oggetti sensibili appartenenti al tessuto
rappresentativo, non ha con essi un collegamento naturale, come è
possibile scoprirne il valore espressivo in senso dionisiaco?
Quando
Colli suggerisce alla critica musicale l’indicazione delle battute
in cui si attinge il culmine della vita interiore del musicista
(l’acme dell’opera d’arte), sa di poterlo fare benissimo per la
musica. Qui estetica realistica e estetica idealistica non hanno
nessuna competenza; non c’è nessuna imitazione e non c’è
veramente bisogno di giudicare a partire dell’oggetto della
rappresentazione.
Tuttavia,
anche per quanto riguarda la musica, basti pensare ai giudizi di
Nietzsche su Wagner, per comprendere quanto questo compito sia
difficile. Cosa è una musica dionisiaca? Ognuno nella sua
anima dice di sentirlo e saperlo con certezza. Lo stesso Colli, in
questi scritti giovanili, dice che “l’intensità
della commozione non è in rapporto con il valore dell’opera
d’arte… Non solo ma si può essere ugualmente esaltati da
una sinfonia di Beethoven e da un pezzo di musica da ballo…”
(AD 168-169).
Colli
ha dato un suggerimento (“non occorre altro
per chi sappia seguire”) alla critica
d’arte ma non un criterio. Insomma con gli scritti pubblicati una
serie di questioni rimanevano aperte e questi scritti giovanili non
aiutano affatto.
Noi
possiamo comprendere e condividere ciò che Colli scrive a
proposito di Wagner (considerato in AD musicista dionisiaco in
opposizione a Verdi musicista umano): “Quello
che si manifesta in Wagner, l’illusionismo…la falsificazione, la
contraffazione, lo sconquasso premeditato di ogni archetipo
interiore, di ogni lievità, di ogni gioco… l’esaltazione
dell’oscuro, del torbido…ecc.” (DN
119). Però ciò ci dice che i giudizi di gusto non
permettono di dire alcunché sul valore espressivo di un’opera
d’arte. Nemmeno Kant è riuscito a risolvere la modalità
del giudizio di gusto, se non appellandosi alla comunicabilità
del giudizio basata sul senso comune. Ma il senso comune non rende
oggettiva la necessità tra piacere e l’oggetto giudicato
“bello” (cfr.
Critica del Giudizio,
§§ 18-22). Inoltre, giudicare secondo il piacere non
consente di stabilire a priori quale oggetto debba accordarsi col
gusto. Il giudizio di gusto puro si riduce alla fine a un piacere
dovuto più all’accordo delle facoltà dell’animo che
all’oggetto stesso (idem
§§ 9 e 15). Questi sono il limiti di una
critica del gusto: se non emerge dall'opera il “correlato
oggettivo” (cfr. Schopenhauer, Mondo,
III
§ 51), l'animo umano potrà giudicare
“bello”,
“dionisiaco”,
“apollineo”,
ecc.,
tutto ciò che si accorda con esso.
Prima
conclusione: da parte del fruitore non è possibile avere un
criterio, indipendente dal gusto.
A meno
che non ci sia il riconoscimento generale di una “gerarchia”
nell’ambito delle “verità interiori” (AD 168).
Ricordiamo che Colli ha criticato Nietzsche quando questi aveva
giudicato dionisiaca la scultura di Scopa e Prassitele, impensabile
secondo lui in artisti del IV secolo! Lo “scopritore” del
dionisiaco avrebbe
dunque fallito il bersaglio. Invece Colli considerava dionisiaci i
Prigioni di
Michelangelo; per noi non è così.
Consideriamo
ora la questione dalla parte dell’artista.
Il
dionisiaco “è
l’impulso a superare tutto ciò che è umano”.
Con ciò Colli si riferisce a una “esperienza
di estasi sovrumana”, che gli uomini più
grandi operano con distacco da tutto ciò che è alla
portata di una collettività di uomini. Si tratta di
un’attività spirituale che rivolge le proprie energie
all’interiorità e disdegna ogni espressione, ogni creazione.
Liberato da ogni immagine il dionisiaco
è inteso dunque come “interiorità
pura”. In Dopo
Nietzsche, questa interiorità
pura costituisce la grandezza d’animo, che
muove in direzione opposta alla volontà
di potenza
L’apollineo
invece viene ad assumere un altro significato rispetto a quello di
Nietzsche: esso
è lo stadio creativo, l’espressione di un’attività
spirituale, il momento in cui l’artista si realizza attraverso
l’apparenza. Ma dovendo spiegare lo stato sognante dell’artista
apollineo, lo stato interiore che precede l’espressione, Colli dice
che anche in esso esiste un impulso di tipo dionisiaco, cioè
una tendenza a superare ciò che è umano.
Ma la
differenza sostanziale, rispetto agli aforismi di DN è questa:
qui Colli pone una differenza tra l’arte umana e la creazione
dionisiaca.
Omero,
Dante, Shakespeare, i grandi artisti umani, mentre ci parlano della
furia delle passioni umane, da esse, attraverso uno stato sognante,
contemplativo, si distaccano. Essi creano attraverso l’umano, e a
rigore per gli artisti umani non si dovrebbe parlare di dionisiaco,
in quanto il loro punto di partenza e di arrivo è sempre
un’immagine, un oggetto (AD 128-129). In DN la distinzione del
genere umano-apollineo, scompare.
Ricordiamo
che negli aforismi di DN Colli dice che la vera arte non ha un
oggetto; e dunque, come si giunge con il solo impulso dionisiaco a
esprimere qualcosa?
Il
dionisiaco vero,
secondo Colli, si manifesta in maniera differente: l’impulso
all’interiorizzazione avviene spontaneamente, senza che un’immagine
o un fatto vengano a determinarlo. Esso sorge da un disgusto supremo
per l’umano e dall’aspirazione cosciente di volerlo superare.
Agli spiriti dionisiaci non interessa la creazione, dal momento che i
loro sforzi sono diretti all’interiorità. Se mai, aggiunge,
essi si preoccupano di mantenere un comportamento coerente nella
vita.
Per
Colli dionisiaco in
termini teoretici è colui che è riuscito a liberarsi
completamente dell’astrazione. Ciò che porta al di là
di essa è uno strappo, un distacco. Poiché l'arte non
ha un oggetto, per Colli quindi l'artista che si immedesima nel suo
oggetto, si esalta con la sua immagine, si immerge in modo intenso
nel flusso delle rappresentazioni, si “illude
sulla conquista delle scaturigini della vita”
(cfr. La
ragione errabonda, fr. 550). L'artista
apollineo dunque non è sovrumano.
Colli
non distingue i generi artistici, come aveva fatto Schopenhauer. In
una teoria estetica, diventa arduo porre come origine dell'arte
apollinea (in senso nietzscheano) il concetto di interiorità
pura. In una teoria dell’arte in ragione dei generi espressivi
bisognerebbe distinguere tra dionisiaco
vissuto e dionisiaco
contemplato. E a rigore, senza voler essere
irriverenti, ciò di cui lui parla, il dionisiaco
vissuto, le vissutezze, è invece il tipico atteggiamento
“artistico”, che giunge poi alla simbolizzazione innaturale,
mentre quello contemplato, in cui il distacco sopraggiunge dal
contatto diretto con la vita, è quello più filosofico.
Conclusione
Per il
carattere simbolico della sua espressione, il dionisiaco, nella sua
unica formulazione di “interiorità
pura”, lascia problematica e non risolta
quella continuità, che Colli cercava (cfr.
AD 189) tra interiorità ed espressione, che invece dovrebbe
garantire la sua autenticità; e per ciò risulta
fuorviante se estesa a tutta l’arte.
Colli ha
esteso il misticismo nordico (DN 179), che si esprime in modo
eccellente nella musica (quella romantica però, in cui più
che alla coincidentia oppositorum
dionisiaca assistiamo all’alternarsi
di gioia e dolore; cfr.
PHK 204n), a tutta l’arte, confondendo i generi espressivi. Mentre
ha lasciato fuori dal suo ambito il misticismo mediterraneo, che
richiede di essere compreso e spiegato nella trasfigurazione
visionaria, apollinea, di vissutezze legate a individui, oggetti,
immagini di questo mondo.
Insomma
se l’opera deve essere secondo il contenuto
dionisiaco “simbolo della duplice natura del
mondo” (DN 150), l’arte figurativa,
umana, è sicuramente la sua espressione più visibile.
Nell’introduzione
al secondo volume della Sapienza greca,
Colli si chiede: come si comunica la più
alta sapienza di Dioniso? La risposta è illuminante: “col
rappresentare l’arresto di un’azione in una istantaneità
sconvolgente, in un quadro culminante […] Un esempio è
descrizione dell’attimo in cui Core fu rapita… nell’istante si
manifesta allo sguardo la contraddizione metafisica di Dioniso:
bellezza e crudeltà coincidono” (SG
II 21).
Quindi,
o il dionisiaco non
può avere una sua rappresentazione adeguata, e nemmeno si
potrà limitare alla sola musica, oppure bisogna correggere il
suo concetto: non può essere inteso solo come “interiorità
pura”, a meno che una faccenda personale
(che a piacere ognuno può considerare divina) voglia diventare
il segreto del mondo.
Addenda
Il
dionisiaco inteso come interiorità pura, privo di contenuto,
rischia di rimanere una faccenda “personale”. Se l'arte non ha un
oggetto, allora qualsiasi oggetto di questo mondo può
diventare il simbolo di una vissutezza. Ma legandosi al simbolico,
l'artista non offre a chi vede, ascolta o legge la possibilità
di intuire il dionisiaco, di cui pensa di aver caricato l'oggetto.
Quando
Nietzsche in Genealogia
della morale (III 4) afferma
che “un perfetto e completo artista è
staccato per l'eternità dal ‘reale’, dall'effettuale”,
pensiero che Colli condivide, si riferiva ad
artisti come Omero e Goethe, i quali non avrebbero creato i loro
capolavori se fossero stati i loro eroi. Anche Colli condanna la
tipica velleità dell'artista moderno che consiste nel voler
vivere ciò che rappresenta (e aggiunge che è proprio
per questo gli interessa l'arte). Quindi, io penso che attraverso il
concetto di dionisiaco come
interiorità pura si rischi il
“personale” nell'arte.
Il
dionisiaco, come
interiorità pura,
trova l'espressione più appropriata nella musica. Essa è
il genere artistico per il dionisiaco
vissuto. Gli altri generi artistici – e a questo proposito
Schopenhauer ha visto giusto ponendo le differenze – sono legati al
dionisiaco contemplato
o apollineo. Quest'altro tipo di interiorità, secondo me, è
più “filosofica” della precedente. Si intuisce l'essenza
della vita nel mondo,
non nelle ascetiche e mistiche vissutezze personali; che tra l'altro
non possono costituire un fondamento o un principio per la metafisica
ma debbono essere limitate a una gnoseologia.
Io
credo che quanto più l'interiorità
pura risulti
condizionata dall'individuazione tanto più diventa difficile
trovare ciò che ne costituisce l'análogon
– il simbolo invece non ha nessun rapporto “naturale” con
l'interiorità. Del resto le grandi anime
hanno vissuto il dionisiaco
esprimendolo in forme apollinee ad esso “concatenate”.
Secondo
me è possibile il riconoscimento generale di una “gerarchia”
nell’ambito delle “verità
interiori” (cfr.
AD 168), solo se si chiarisce il contenuto del dionisiaco.
Leggo dal Manuale
di armonia (Milano 1988)
di Arnold Schönberg: “L'attività
artistica è istintiva; poca influenza vi prende la coscienza,
ed egli ha la sensazione che ciò che fa gli sia dettato da
dentro, che egli lo faccia solo obbedendo alla volontà di
qualche forza che è in lui e di cui ignora le leggi. Egli non
è che l'esecutore di una volontà a lui celata,
dell'istinto, dell'inconscio che è in lui... a cui deve
obbedire”. Il risultato di questo impulso è la musica
dodecafonica, la musica seriale, per sua essenza concettuale. Ma
diventa difficile "confutarla" quando il musicista dichiara
questo: “Chi avrebbe mai l'ardire di voler distinguere
nell'istinto, nell'inconscio, il giusto dal falso?” (pp.. 521-522).
Senza un contenuto è possibile giustificare qualsiasi forma.
Si
leggano i frammenti poetici di Colli, presenti ne La
ragione errabonda, si
mettano a confronto le poesie con l'abbozzo della tragedia su
Alessandro, si vedrà chiaramente che il verso colliano è
veramente dionisiaco quando scrive su Alessandro piuttosto che quando
rievoca vissutezze personali.
lunedì 21 ottobre 2013
Apollineo e dionisiaco
Scritto in occasione
dell'incontro organizzato da Angelo Tonelli: “Il giovane Colli.
Simposio in onore di Enrico Colli curatore delle opere postume di
Giorgio Colli”- Lerici 26 gennaio 2013 (modificato: ottobre 2013)
La recente pubblicazione
di alcuni scritti giovanili di Giorgio Colli, nel volume Apollineo
e Dionisiaco (Adelphi, Milano 2010), ci permette di chiarire il
pensiero del filosofo sull’arte, con alcuni esempi, che integrano e
spiegano gli aforismi dedicati all’arte contenuti nella sezione
“Arte è ascetismo” di Dopo Nietzsche (1974).
Tra gli studiosi di Colli
queste note, che comprendono quelle sull’arte figurativa erano
molto attese, visto che durante il Convegno pisano nel novembre del
2004 ne era stata data notizia.
Il problema centrale
della teoria di Colli riguarda l’espressione del dionisiaco. Qui
Colli segue Nietzsche. Ecco cosa scrive nel ’72: “Grande scoperta
di Nietzsche sull’arte: non si deve considerare la rappresentazione
come tale…, ma di vederla in relazione a un fondo dionisiaco…
Questo è l’unico metro per scoprire [c.n.] la grande
arte…”. (La ragione errabonda, fr.505).
Non ci resta che capire
come si misura la vera grande arte; poiché come
scoprirla lo sappiamo già.
Riassumiamo brevemente
quanto sostiene Colli negli aforismi dedicati all’arte contenuti
nella sezione “Arte è ascetismo” di Dopo Nietzsche
(1974). Anzitutto per lui “l’arte non ha un oggetto”. L’artista
non crea nulla, non imita nulla, non inventa, ma ritrova qualcosa nel
passato: estrae gemme nascoste dal tessuto della vita. Per cui a
rigore non c’è un oggetto, reale e ideale che sia, che
l’arte debba necessariamente esprimere. Ogni estetica che parte
dall’oggetto della rappresentazione artistica, percorre una strada
sbagliata.
Colli precisa che
“artista” non è chi “scrive poesie, o le cui poesie sono
considerate arte per giudizio generale, o di alcuni esperti, bensì
colui che si comporta nel modo” che spiega: l’artista è
colui che sapendo retrocedere nel passato recupera “miracolosamente”
le rappresentazioni nascenti, quegli attimi inesprimibili che non si
trovano nella coscienza quotidiana dell’uomo. Intesi come primo
ricordo dell’immediatezza della vita, questi attimi sono il
materiale onde si costituisce l’individuo, per cui il recupero è
possibile per chi sappia regredire, secondo la traccia del tempo
invertito, in direzione di una condizione che precede quella
dell’individuazione, l’immediato.
La tecnica dell’artista
non consiste nelle capacità espressive, nelle abilità
manuali, bensì nella capacità di rievocare il passato:
si tratta dunque di una tecnica interiore, definita ascetica.
Il distacco dalla vita
attuale, al di là del prospettive contingenti relative alla
psicologia dell’artista, è decisivo e rivelatore della vera
arte.
L’arte inverte il corso
del tempo, la sua spinta dal presente verso il passato è
contraria alla spinta cosmologica. Essa toglie la maschera alla
necessità che plasma incontrastata la nostra vita, si oppone
al trascinamento temporale, al flusso delle cose e ai loro nessi; si
oppone al tralignamento connaturato a ogni manifestazione della
realtà vivente, che appare come esistenza organica, ordinata,
corposa, mentre è astrazione, anchilosato cristallizzarsi di
categorie.
L’artista ha lacerato
le ragnatele dell’astrazione, strappato l’ordito dell’ottimismo,
in cui la necessità dissimula la sua violenza con il miraggio
della finalità.
Come profondità o
come passato l’arte recupera un universo in cui la necessità
si mostra nella sua fluidità e il giuoco nel suo trionfo, un
mondo in cui regna la mania, e la vita appare privata del
dolore dell’individuazione. Una sorta di “infanzia”, in cui gli
attimi, componenti elementari, che agglutinandosi fanno sorgere
l’individuo, si liberano nella loro incandescente veemenza.
Chi riesce a demolire la
falsa corposità del mondo, a liberarsi dallo spettro della
necessità e va oltre, trova la violenza mescolata al gioco
(Dioniso).
L’arte non assomiglia a
nulla di questo mondo: quasi tutte le perfezioni e le squisitezze di
questo mondo si gustano nell’arte, proprio perché qui la
vita appare depurata dalla violenza.
Il cammino dell’artista
ascendente, dal presente al passato di ricordo in ricordo, in
direzione dell’immediato, ha poi un riflusso, in cui l’artista
comincia dire quello che ha veduto. Dopo aver vissuto nel passato,
ora vuole ritornare per raggiungere con la sua opera gli altri
uomini. Ora opera come un demiurgo, arricchisce la trama delle
rappresentazioni con la sua espressione artistica. Nell’opera
d’arte tutti gli elementi della cosmologia (tempo, spazio, numero,
causalità, necessità) sono accettati. Tuttavia gli
attimi recuperati, date le differenti condizioni rappresentative che
caratterizzano la vita ascendente da quella discendente, non sono
riprodotti fedelmente: può accadere per esempio che quanto era
iniziale nel recupero risulti finale nell’opera.
L’aspetto interessante
di questa corsa all’indietro dell’artista è che
l’immediato deve trovare un’espressione nel cammino discendente:
è questa l’acme dell’opera d’arte. Prezioso suggerimento
che la critica d’arte dovrebbe far proprio.(Dopo Nietzsche,
pp. 113-128)
Dunque il contenuto
dell’arte è il dionisiaco. Qui, dove la violenza è
mescolata al giuoco, è assente ogni condizione astratta. Quali
sono i significati intrinseci di Dioniso? Sappiamo che è il
dio delle contraddizioni, di tutte le contraddizioni (gioia e dolore,
caso e necessità, estasi e spasimo, ecc.)
Se l’arte vera deve
essere espressione del dionisiaco dovrebbe presentare l’ambiguità
primordiale, carattere contraddittorio del dionisiaco.
In Colli appare evidente
che il “contenuto dionisiaco”, che può essere espresso in
forme, colori, suoni, volumi, parole, è qualcosa che riguarda
la vita interiore dell’artista. Quelle che egli altrove ha chiamato
“vissutezze” sarebbero il contenuto dell’opera. Quali esempi ci
offre Colli a sostegno della sua tesi? A parte la generica
affermazione in cui dice che non gli “sembra azzardato sostenere
che qualcuno si sia comportato così”, per quanto riguardo il
comportamento. Nel finale di un aforisma, non pubblicato in Dopo
Nietzsche, presente nei suoi Quaderni postumi (La ragione
errabonda, fr.530n), parlando dell’arte intesa come
allontanamento dal presente, Colli aggiungeva: “ciò è
documentabile in generale, in Hölderlin
e Leopardi, in Ariosto e Cervantes, in Mozart e Wagner; in certi casi
poi è degna di meditazione la struggente immersione nel
passato, come in Stendhal e Proust”. Questo breve elenco si
completa con altre tre grandi anime dell’età moderna:
Shakespeare, Beethoven e Dostoevskij, nominati in altri luoghi.
Mancavano nell’elenco
precedente gli artisti figurativi, ma ora, grazie agli scritti appena
pubblicati (Apollineo e dionisiaco), sappiamo che nel novero
dei grandi devono essere inseriti: A. del Pollaiolo, Botticelli,
Raffaello, Leonardo, Piero della Francesca, Tiziano, Michelangelo e
altri, tutti interpretati secondo le categorie dell’apollineo e del
dionisiaco.
Diventa chiaro ora
l’aforisma, probabilmente scritto pensando proprio al Pollaiolo:
“Il paesaggio toscano diventa carico di mistero nella pittura del
Rinascimento: dietro si nasconde la vita dell’autore, i nessi
personali sfuggono. In quel mistero si esprime la volontà di
celarsi, il possesso si un’altra ricchezza” (DN 150). Cfr AD
169-170 [aforisma citato nel film di Marco Colli Giovanni senza
pensieri].
Vincolati dal tema da
rappresentare, agli artisti del Rinascimento, sembra dire Colli, non
rimaneva altro spazio che il paesaggio per esprimere le proprie
vissutezze. I contenuti della religione ebraico-cristiana mal si
adattano all’espressione del dionisiaco. E’ dunque questo un
esempio per giudicare ciò che è dionisiaco? Aver visto
la “verità delle ultime cose” in una pianura (cfr.AD
169-170), ci lascia sorpresi, se dimentichiamo che si tratta di
scritti giovanili.
Schopenhauer invece,
distinguendo il significato reale da quello nominale, aveva visto
nella quiete dei volti e nell’espressione dei santi e delle madonne
la soppressione della volontà, il riflesso della più
perfetta conoscenza (Il mondo come volontà e
rappresentazione, § 48).
Dalle osservazioni di
Colli, dobbiamo pensare che il genere del paesaggio offre la migliore
occasione all’artista per esprimere le proprie vissutezze? E se un
artista volesse esprimere il proprio vissuto con un’opera d’arte
astratta, se volesse simbolizzare i ricordi dell’immediato
attraverso l’espressionismo astratto, saremmo in grado, noi
fruitori, di dire che qui viene espresso il dionisiaco? E con quali
criteri? Se l'immediato “deve trovare un'espressione “, il
semplice legame simbolico tra interiorità ed espressione non
garantisce quella continuità che ci permetterebbe a noi
fruitori di cogliere l'acme.
Prendiamo ancora
Apollineo e dionisiaco. Qui egli vuole arrivare a un concetto
di dionisiaco più vasto di quello dato da Nietzsche ne La
nascita della tragedia. Questo concetto viene così
definito da Colli: “esso è la fase di aspirazione intima di
certi uomini eccezionali prima che essi giungano a qualsiasi
espressione, l’impulso a superare tutto ciò che è
umano … il dionisiaco individuale [e non collettivo] è
interiorità pura, sentimento e volontà denudati da
immagini” (AD 111).
Il dionisiaco così
inteso è stato per Colli il criterio per giudicare i sapienti
e le grandi anime del mondo moderno. In questo atteggiamento egli
accoglie il giudizio già espresso da Nietzsche, il quale aveva
affermato: “Tutto ciò che ora chiamiamo cultura, educazione,
civiltà, dovrà un giorno comparire davanti
all’infallibile giudice Dioniso”. Rispetto agli scritti della
maturità, in questi scritti postumi c’è l’orgoglio
giovanile, quella certezza che nel tentativo di distinguersi dalla
mediocrità stabilisce delle gerarchie nell’ambito delle
“verità interiori” (AD 168).
Tuttavia, siccome è
sempre stato Colli a farci riflettere, per questa occasione tocchiamo
alcune questioni che rimangono aperte nel pensiero di Colli e le
differenze che ci sono rispetto agli scritti successivi, soprattutto
in relazione al riconoscimento del valore espressivo di un’opera
d’arte.
In Apollineo e
dionisiaco Colli parla dell’arte apollinea, che definisce arte
umana; essa, non essendo interiorità pura come il dionisiaco
(sovrumana), è legata, per quanto riguarda la sua creazione,
all’immagine, all’oggetto, che è il principio e punto di
arrivo dell’attività artistica.
Negli aforismi dedicati
all’arte in Dopo Nietzsche, Colli estende il dionisiaco a
tutta l’arte senza alcuna distinzione per quanto riguarda il genere
espressivo. E sarà la presenza del dionisiaco, recuperato
attraverso una tecnica interiore, a determinare secondo lui l’arte
vera; ed essendo il dionisiaco interiorità pura, negli
aforismi di DN, l’arte perciò “non ha un oggetto”.
Ecco dunque la questione:
non è tanto l’ascetismo o l’allontanamento dal presente il
vero tema dell’estetica di Colli, quanto il carattere simbolico
dell’arte dionisiaca. Dopo la corsa all’indietro, in direzione
dell’immediato, l’artista si serve di oggetti di questo mondo per
tradurre le gemme nascoste dal tessuto della vita.
Il nocciolo del problema
è proprio questo: se l’arte non è in rapporto diretto
con gli oggetti sensibili appartenenti al tessuto rappresentativo,
non ha con essi un collegamento naturale, come è possibile
scoprirne il valore espressivo in senso dionisiaco?
Quando Colli suggerisce
alla critica musicale, l’indicazione delle battute in cui si
attinge il culmine della vita interiore del musicista (l’acme
dell’opera d’arte), sa di poterlo fare benissimo per la musica.
Qui estetica realistica e estetica idealistica non hanno nessuna
competenza; non c’è nessuna imitazione e non c’è
veramente bisogno di giudicare a partire dell’oggetto della
rappresentazione.
Tuttavia, anche per
quanto riguarda la musica, basti pensare ai giudizi di Nietzsche su
Wagner, per comprendere quanto questo compito sia difficile. Cosa è
una musica dionisiaca? Ognuno nella sua anima dice di sentirlo e
saperlo con certezza. Lo stesso Colli, in questi scritti giovanili,
dice che “l’intensità della commozione non è in
rapporto con il valore dell’opera d’arte… Non solo ma si può
essere ugualmente esaltati da una sinfonia di Beethoven e da un pezzo
di musica da ballo…” (AD 168-169).
Colli ha dato un
suggerimento (“non occorre altro per chi sappia seguire”) alla
critica d’arte ma non un criterio. Insomma con gli scritti
pubblicati una serie di questioni rimanevano aperte e questi scritti
giovanili non aiutano affatto.
Noi possiamo comprendere
e condividere ciò che Colli scrive a proposito di Wagner
(considerato in AD musicista dionisiaco in opposizione a Verdi
musicista umano): “Quello che si manifesta in Wagner,
l’illusionismo…la falsificazione, la contraffazione, lo
sconquasso premeditato di ogni archetipo interiore, di ogni lievità,
di ogni gioco… l’esaltazione dell’oscuro, del torbido…ecc.”
(DN 119). Però ciò ci dice che i giudizi di gusto non
permettono di dire alcunché sul valore espressivo di un’opera
d’arte. Nemmeno Kant è riuscito a risolvere la modalità
del giudizio di gusto, se non appellandosi alla comunicabilità
del giudizio basata sul senso comune. Ma il senso comune non rende
oggettiva la necessità tra piacere e l’oggetto giudicato
“bello” (cfr. Critica del Giudizio, §§ 18-22).
Inoltre, giudicare secondo il piacere non consente di stabilire a
priori quale oggetto debba accordarsi col gusto. Il giudizio di gusto
puro si riduce alla fine a un piacere dovuto più all’accordo
delle facoltà dell’animo che all’oggetto stesso (idem
§§ 9 e 15). Fine della critica del gusto; che può
giudicare come vuole: “bello”, “dionisiaco”, “apollineo”,
ecc., cioè tutto ciò che si accorda con l’anima.
Prima conclusione: da
parte del fruitore non è possibile avere un criterio,
indipendente dal gusto.
A meno che non ci sia il
riconoscimento generale di una “gerarchia” nell’ambito delle
“verità interiori” (AD 168). Ricordiamo che Colli ha
criticato Nietzsche quando questi aveva giudicato dionisiaca la
scultura di Scopa e Prassitele, impensabile secondo lui in artisti
del IV secolo! Lo “scopritore” del dionisiaco avrebbe dunque
fallito il bersaglio. Invece Colli considerava dionisiaci i Prigioni
di Michelangelo; per noi non è così.
Consideriamo ora la
questione dalla parte dell’artista.
Il dionisiaco “è
l’impulso a superare tutto ciò che è umano”. Con
ciò Colli si riferisce a una “esperienza di estasi
sovrumana”, che gli uomini più grandi operano con distacco
da tutto ciò che è alla portata di una collettività
di uomini. Si tratta di un’attività spirituale che rivolge
le proprie energie all’interiorità e disdegna ogni
espressione, ogni creazione. Liberato da ogni immagine il dionisiaco
è inteso dunque come “interiorità pura”. In Dopo
Nietzsche, questa interiorità pura costituisce la
grandezza d’animo, che muove in direzione opposta alla volontà
di potenza
L’apollineo invece
viene ad assumere un altro significato rispetto a quello
nietzscheano; esso è lo stadio creativo, l’espressione di
un’attività spirituale, il momento in cui l’artista si
realizza attraverso l’apparenza. Ma dovendo spiegare lo stato
sognante dell’artista apollineo, lo stato interiore che precede
l’espressione, Colli dice che anche in esso esiste un impulso di
tipo dionisiaco, cioè una tendenza a superare ciò che è
umano.
Ma la differenza
sostanziale, rispetto agli aforismi di DN è questa: qui Colli
pone una differenza tra l’arte umana e la creazione dionisiaca.
Omero, Dante,
Shakespeare, i grandi artisti umani, mentre ci parlano della furia
delle passioni umane, da esse, attraverso uno stato sognante,
contemplativo, se ne distaccano. Essi creano attraverso l’umano, e
a rigore per gli artisti umani non si dovrebbe parlare di dionisiaco,
in quanto il loro punto di partenza e di arrivo è sempre
un’immagine, un oggetto (AD 128-129). In DN la distinzione del
genere umano-apollineo, scompare.
Ricordiamo che negli
aforismi di DN Colli dice che la vera arte non ha un oggetto, è
dunque, come si giunge con il solo impulso dionisiaco a esprimere
qualcosa?
Il dionisiaco vero,
secondo Colli, si manifesta in maniera differente: l’impulso
all’interiorizzazione avviene spontaneamente, senza che un’immagine
o un fatto vengano a determinarlo. Esso sorge da un disgusto supremo
per l’umano e dall’aspirazione cosciente di volerlo superare.
Agli spiriti dionisiaci non interessa la creazione, dal momento che i
loro sforzi sono diretti all’interiorità. Se mai, aggiunge,
essi si preoccupano di mantenere un comportamento coerente nella
vita.
Per Colli “dionisiaco”
in termini teoretici è colui che è riuscito a liberarsi
completamente dell’astrazione. Ciò che porta al di là
di essa è uno strappo, un distacco. Siccome l'arte non ha un
oggetto, per Colli quindi l'artista che si immedesima nel suo
oggetto, si esalta con la sua immagine, si immerge in modo intenso
nel flusso delle rappresentazioni, si “illude sulla conquista delle
scaturigini della vita” (cfr. La ragione errabonda, fr.
550). L'artista apollineo dunque non è sovrumano.
Colli non distingue i
generi artistici, come aveva fatto Schopenhauer. In una teoria
estetica, diventa arduo porre come origine dell'arte apollinea (in
senso nietzscheano) il concetto di interiorità pura. In una
teoria dell’arte in ragione dei generi espressivi bisognerebbe
distinguere tra dionisiaco vissuto e dionisiaco
contemplato. E a rigore, senza voler essere irriverenti, ciò
di cui lui parla, il dionisiaco vissuto, le vissutezze, è
invece il tipico atteggiamento “artistico”, che giunge poi alla
simbolizzazione innaturale, mentre quello contemplato, in cui il
distacco sopraggiunge dal contatto diretto con la vita, è
quello più filosofico.
Conclusione
Dunque, per il
carattere simbolico della sua espressione, il dionisiaco, nella sua
unica formulazione di “interiorità pura”, lascia
problematica e non risolta quella continuità, che Colli
cercava (cfr. AD 189) tra interiorità ed espressione, che
invece dovrebbe garantire la sua autenticità; e per ciò
risulta fuorviante se estesa a tutta l’arte.
Colli ha esteso il
misticismo nordico (DN 179), che si esprime in modo eccellente nella
musica, (quella romantica però, in cui più che alla
coincidentia oppositorum dionisiaca assistiamo all’alternarsi
di gioia e dolore;cfr. PHK 204n), a tutta l’arte, confondendo i
generi espressivi. Mentre ha lasciato fuori dal suo ambito il
misticismo mediterraneo, che richiede di essere compreso e spiegato
nella trasfigurazione visionaria, apollinea, di vissutezze legate a
individui, oggetti, immagini di questo mondo.
Insomma se l’opera
deve essere secondo il contenuto dionisiaco
“simbolo della duplice natura del mondo” (DN 150), l’arte
figurativa, umana, è sicuramente la sua espressione più
visibile.
Nell’introduzione al
secondo volume della Sapienza greca, Colli si chiede: come si
comunica la più alta sapienza di Dioniso? La risposta è
illuminante: “col rappresentare l’arresto di un’azione in una
istantaneità sconvolgente, in un quadro culminante […] Un
esempio è descrizione dell’attimo in cui Core fu rapita…
nell’istante si manifesta allo sguardo la contraddizione metafisica
di Dioniso: bellezza e crudeltà coincidono” (SG II 21).
Quindi, o il
dionisiaco non può avere una sua rappresentazione adeguata, e
nemmeno si potrà limitare alla sola musica, oppure bisogna
correggere il suo concetto: non può essere inteso solo come
“interiorità pura”, a meno che una faccenda personale (che
a piacere ognuno può considerare divina) voglia diventare il
segreto del mondo.
Lettera ad Angelo Tonelli
Lettera ad Angelo Tonelli
Carissimo Angelo,
spero che questi chiarimenti servano a far comprendere quanto
scrivo nella relazione, che pure ho limato in qualche punto.
Il dionisiaco inteso
come interiorità pura, privo di contenuto, rischia di rimanere
una faccenda “personale”. Se l'arte non ha un oggetto, allora
qualsiasi oggetto di questo mondo può diventare il simbolo di
una vissutezza. Ma legandosi al simbolico, l'artista non offre a chi
vede, ascolta o legge la possibilità di intuire il dionisiaco,
di cui pensa di aver caricato l'oggetto.
Quando Nietzsche in
Genealogia della morale (III 4)
afferma che “un perfetto e completo artista è
staccato per l'eternità dal “reale”, dall'effettuale”,
pensiero che Colli condivide, si riferiva ad artisti come Omero e
Goethe, i quali non avrebbero creato i loro capolavori se fossero
stati i loro eroi. Anche Colli condanna la tipica velleità
dell'artista moderno che consiste nel voler vivere ciò che
rappresenta (e aggiunge che è proprio per questo gli
interessa l'arte). Quindi, io penso che attraverso il concetto di
dionisiaco come interiorità pura si rischi il “personale”
nell'arte.
Il dionisiaco, come
interiorità pura, trova l'espressione più appropriata
nella musica. Essa è il genere artistico per il dionisiaco
vissuto. Gli altri generi artistici – e a questo proposito
Schopenhauer ha visto giusto ponendo le differenze – sono legati al
dionisiaco contemplato o apollineo. Quest'altro tipo di interiorità,
secondo me, è più “filosofica” della precedente. Si
intuisce nel mondo l'essenza della vita, non nelle ascetiche e
mistiche vissutezze personali; che tra l'altro non possono costituire
un fondamento o un principio per la metafisica ma debbono essere
limitate a una gnoseologia.
Io credo che quanto
più l'interiorità pura risulti condizionata
dall'individuazione tanto più diventa difficile trovare ciò
che ne costituisce l'análogon
– il simbolo invece non ha nessun rapporto “naturale” con
l'interiorità. Del
resto le grandi anime hanno vissuto il dionisiaco esprimendolo in
forme apollinee ad esso “concatenate”.
Secondo
me è possibile il riconoscimento generale di una “gerarchia”
nell’ambito delle “verità interiori” (cfr. AD 168), solo
se si chiarisce il contenuto
del dionisiaco.
Leggo
dal Manuale di
armonia (Milano,
il Saggiatore 1988)
di
Arnold Schönberg: “L'attività artistica è
istintiva; poca influenza vi prende la coscienza, ed egli ha la
sensazione che ciò che fa gli sia dettato da dentro, che egli
lo faccia solo obbedendo alla volontà di qualche forza che è
in lui e di cui ignora le leggi. Egli non è che l'esecutore di
una volontà a lui celata, dell'istinto, dell'inconscio che è
in lui... a cui deve obbedire”. Il risultato di questo impulso è
la musica dodecafonica, la musica seriale, per sua essenza
concettuale. Ma diventa difficile “confutarla” quando il musicista
dichiara questo: “Chi avrebbe mai l'ardire di voler distinguere
nell'istinto, nell'inconscio, il giusto dal falso?” (pagg.
521-522). Senza un contenuto è possibile giustificare
qualsiasi forma.
Si leggano i frammenti
poetici di Colli, presenti ne La
ragione errabonda, si mettano a confronto le poesie con
l'abbozzo della tragedia su Alessandro, si vedrà chiaramente
che il verso colliano è veramente dionisiaco quando scrive su
Alessandro piuttosto che quando rievoca vissutezze personali.
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