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mercoledì 27 febbraio 2013
mercoledì 23 gennaio 2013
Simposio a Lerici
Sabato 26 gennaio 2013
Sala Consiliare, ore 16.30
Lerici (SP)
Il giovane Colli
Simposio in onore di Enrico Colli curatore delle opere postume di Giorgio Colli
PROGRAMMA IN BREVE:
Chiara Colli Staude, Istituto Italiano di Studi Filosofici, Scuola di Heidelberg: I nuovi postumi giovanili di Giorgio Colli editi dal figlio Enrico;
Marco Colli, regista cinematografico e teatrale: proiezione del video “Si è fatta sera: perdonatemi che si sia fatta sera!” (20 min.);
Clara Valenziano, giornalista: Ricordi di Lucca: conversazioni filosofiche fra amici;
Franco Manfriani, Responsabile Editoriale Teatro Maggio Musicale Fiorentino: Ricordi di un’amicizia;
Valerio Meattini, Professore ordinario di Filosofia teoretica, Università di Bari: Giorgio Colli. “Anni di apprendistato”;
Andrea Costa, appassionato di Vipassana: Giorgio Colli e l'Oriente;
Alberto Banfi, Bibliotecario e curatore del sito web giorgiocolli.it: Un sito internet per l'Archivio Colli;
Stefano Busellato, Università di Siena: Einleitung.
Sono previste letture e interventi di improvvisazione musicale di Enrico Bardellini. E la proiezione del film di Marco Colli: Modi di vivere - Giorgio Colli, una conoscenza per cambiare la vita (1 ora). Coordina Angelo Tonelli.
Richiesta informazioni sul simposio: angelo.tonelli.4rke@alice.it
Sala Consiliare, ore 16.30
Lerici (SP)
Il giovane Colli
Simposio in onore di Enrico Colli curatore delle opere postume di Giorgio Colli
PROGRAMMA IN BREVE:
Chiara Colli Staude, Istituto Italiano di Studi Filosofici, Scuola di Heidelberg: I nuovi postumi giovanili di Giorgio Colli editi dal figlio Enrico;
Marco Colli, regista cinematografico e teatrale: proiezione del video “Si è fatta sera: perdonatemi che si sia fatta sera!” (20 min.);
Clara Valenziano, giornalista: Ricordi di Lucca: conversazioni filosofiche fra amici;
Franco Manfriani, Responsabile Editoriale Teatro Maggio Musicale Fiorentino: Ricordi di un’amicizia;
Valerio Meattini, Professore ordinario di Filosofia teoretica, Università di Bari: Giorgio Colli. “Anni di apprendistato”;
Andrea Costa, appassionato di Vipassana: Giorgio Colli e l'Oriente;
Alberto Banfi, Bibliotecario e curatore del sito web giorgiocolli.it: Un sito internet per l'Archivio Colli;
Stefano Busellato, Università di Siena: Einleitung.
Sono previste letture e interventi di improvvisazione musicale di Enrico Bardellini. E la proiezione del film di Marco Colli: Modi di vivere - Giorgio Colli, una conoscenza per cambiare la vita (1 ora). Coordina Angelo Tonelli.
Richiesta informazioni sul simposio: angelo.tonelli.4rke@alice.it
domenica 20 gennaio 2013
Convegno di Lerici
Per il Convegno di Lerici, del 26 gennaio 2013, organizzato da Angelo Tonelli, in onore di Enrico Colli, curatore delle opere del padre, ho scritto queste note. Le pubblico qui, non essendo certa, per motivi contingenti, la mia partecipazione all'incontro.
Signori,
prendiamo in esame tra gli
scritti giovanili di Colli Apollineo e
dionisiaco. Qui egli vuole arrivare a un concetto di dionisiaco più vasto
di quello dato da Nietzsche ne La nascita
della tragedia. Questo concetto viene così definito da Colli: “esso è la
fase di aspirazione intima di certi uomini eccezionali prima che essi giungano
a qualsiasi espressione, l’impulso a superare tutto ciò che è umano … il
dionisiaco individuale [e non collettivo] è interiorità pura, sentimento e
volontà denudati da immagini” (AD 111).
Come potete vedere è qualcosa che
va oltre la “sacra ambizione” di cui parla Pico della Mirandola nel suo
discorso sulla dignità dell’uomo.
Il dionisiaco così inteso è stato
per Colli il criterio per giudicare i sapienti e ulteriormente le grandi anime
del mondo moderno. In questo atteggiamento egli accoglie il giudizio già
espresso da Nietzsche, il quale aveva affermato: “Tutto ciò che ora chiamiamo
cultura, educazione, civiltà, dovrà un giorno comparire davanti all’infallibile
giudice Dioniso”.
Questo tentativo di riconoscere
la grandezza in base alla propria “più sacra intimità”, come disse ancora
Nietzsche in Schopenhauer come educatore,
non ha nessun inconveniente ed è naturale per chi vuole formare e conformare la
propria vita morale, teoretica ed estetica sull’esempio dei grandi.
Rispetto agli scritti della
maturità, in questi scritti postumi c’è l’orgoglio giovanile, quella certezza
che nel tentativo di distinguersi dalla mediocrità stabilisce delle gerarchie
nell’ambito delle “verità interiori” (AD 168).
Constato molto presto che risultava
impossibile parlare agli uomini del presente, perché troppo umani, il giovane
Colli si volgeva ai filosofi sovrumani, nel tentativo di cogliere, da vero
filologo, dalle loro espressioni le interiorità che le avevano prodotte.
Queste indicazioni rimangono stabili
per tutta la sua vita, e inoltre condivisibili: si tratta in fondo dello stesso
criterio che ha spinto noi a dedicare molti anni allo studio del suo pensiero, mantenendo
una venerazione che ha trovato la sua espressione nel libretto Colli come educatore.
Tuttavia, siccome è sempre stato
Colli a farci riflettere, per questa occasione tocchiamo alcune questioni che
rimangono aperte nel pensiero di Colli e le differenze che ci sono rispetto
agli scritti successivi, soprattutto in relazione al riconoscimento del valore
espressivo di un’opera d’arte.
In Apollineo e dionisiaco Colli parla dell’arte apollinea, che
definisce arte umana; essa, non essendo interiorità pura come il dionisiaco
(sovrumana), è legata, per quanto riguarda la sua creazione, all’immagine,
all’oggetto, che è il principio e punto di arrivo dell’attività artistica.
Negli aforismi dedicati all’arte
in Dopo Nietzsche, Colli estende il
dionisiaco a tutta l’arte senza alcuna distinzione per quanto riguarda il
genere espressivo. E sarà la presenza del dionisiaco, recuperato attraverso una
tecnica interiore, a determinare secondo lui l’arte vera.
Essendo il dionisiaco interiorità
pura, negli aforismi di DN, l’arte “non ha un oggetto”.
Ecco dunque la questione: non è
tanto l’ascetismo o l’allontanamento dal presente il vero tema in giuoco
nell’estetica di Colli, quanto il carattere simbolico dell’arte dionisiaca.
Dopo la corsa all’indietro, in direzione dell’immediato, l’artista si serve di
oggetti di questo mondo per tradurre le gemme nascoste dal tessuto della vita.
Il nocciolo del problema è
proprio questo: se l’arte non è in rapporto diretto con gli oggetti sensibili
appartenenti al tessuto rappresentativo, non ha con essi un collegamento
naturale, può il solo correlato soggettivo determinare il valore di un’opera
d’arte? Sia per la creazione che per la fruizione dell’opera.
Quando Colli suggerisce alla
critica musicale, l’indicazione delle battute in cui si attinge il culmine
della vita interiore del musicista (l’acme dell’opera d’arte), sa di poterlo fare
benissimo per la musica. Qui estetica realistica e estetica idealistica non
hanno nessuna competenza; non c’è nessuna imitazione e non c’è veramente
bisogno di giudicare a partire dell’oggetto della rappresentazione.
Tuttavia, anche per quanto
riguarda la musica, basti pensare ai giudizi di Nietzsche su Wagner, per
comprendere quanto questo compito sia difficile. Cosa è una musica dionisiaca?
Ognuno nella sua anima dice di sentirlo e saperlo con certezza.
Lo stesso Colli, in questi
scritti giovanili, dice che “l’intensità della commozione non è in rapporto con
il valore dell’opera d’arte… Non solo ma si può essere ugualmente esaltati da
una sinfonia di Beethoven e da un pezzo di musica da ballo…” (AD 168-169).
E quali problemi ci sono per
l’arte figurativa? Ricordiamo che Colli ha criticato Nietzsche quando questi
aveva giudicato dionisiaca la scultura di Scopa e Prassitele, impensabile
secondo lui in artisti del IV secolo! Però considera dionisiaci i Prigioni di Michelangelo.
Sulla pittura, non avevamo dagli
scritti della maturità alcuna indicazione circa i nomi dei grandi artisti. Ma
con AD finalmente riusciamo a comprendere quell’aforisma presente in DN a pag.
150: “Il paesaggio toscano diventa carico di mistero nella pittura del
Rinascimento: dietro si nasconde la vita dell’autore, i nessi personali
sfuggono. In quel mistero si esprime la volontà di celarsi, il possesso di
un’altra ricchezza”. [brano letto, tra la altro, in un film do Marco Colli, se
non ricordo male Giovanni senza pensieri]
Dunque il paesaggio nella pittura
del Pollaiolo è l’occasione per esprimere se stesso, liberamente, al di là dei
temi delle opere commissionate, sicuramente non dionisiache.
Allora tutta la pittura del
genere paesaggistico è di tipo dionisiaco? E se invece, come è capitato a certa
pittura moderna, sorgesse da una semplice intenzione puro-visibilista tendente
a rendere artistica la realtà? La “verità delle ultime cose” in una pianura? (cfr.AD
169-170)
Per concludere questa breve nota,
se per la musica è abbastanza arduo indicare il punctum saliens del brano. La
teoria dell’acme dell’opera d’arte è sicuramente più adatta per l’arte
figurativa. Del resto, come si comunica la più alta sapienza di Dioniso?
La risposta sta nell’introduzione
al secondo volume della Sapienza greca:
“col rappresentare l’arresto di un’azione in una istantaneità sconvolgente, in
un quadro culminante […] Un esempio è descrizione dell’attimo in cui Core fu
rapita… nell’istante si manifesta allo sguardo la contraddizione metafisica di
Dioniso: bellezza e crudeltà coincidono” (SG II 21).
Insomma se l’opera deve essere
secondo il contenuto dionisiaco
“simbolo della duplice natura del mondo” (DN 150), l’arte figurativa, umana, è
sicuramente la sua espressione più adeguata.
Giudicare il valore di una
espressione dal suo correlato soggettivo potrebbe portare a considerare
dionisiaco tutto ciò che entra in sintonia con la nostra interiorità.
Ma anche un’opera pittorica
eseguita secondo gli stilemi dell’espressionismo astratto può essere
considerata dionisiaca? Crediamo di no. Sull’arte contemporanea siamo d’accordo
con Colli, perché aveva le idee chiare: notando
in Schopenhauer e Nietzsche le ultime tempre filosofiche e constatando la fine
della filosofia, denunciava, nei filosofi dell’800 e del ‘900, “l’inconfessata
incapacità a tenere il passo con i grandi del passato” che paragonava a “tutte
le rivolte anti-tradizionaliste dell’arte figurativa più recente” (RE fr. 92).
Dunque, per il carattere
simbolico della sua espressione, il dionisiaco, nella sua unica formulazione di
“interiorità pura”, lascia problematica e non risolta quella continuità, che
Colli cercava, tra interiorità ed espressione, che invece dovrebbe garantire la
sua autenticità; e per ciò risulta fuorviante.
Colli ha esteso il misticismo
nordico (DN 179) a tutta l’arte, che si esprime in modo eccellente nella
musica, quella romantica però, ma ha lasciato fuori dal suo ambito il misticismo
mediterraneo, che richiede di essere compreso e spiegato nella trasfigurazione
visionaria di vissutezze legate a individui, oggetti, immagini di questo mondo… ma forse tutto ciò
era umano, troppo umano.
Leggendo questi scritti
giovanili, nel confronto con quelli della maturità, a noi interessava, in primo
luogo, verificare quale espressione artistica può rendere in maniera adeguata
il contenuto dionisiaco; in secondo luogo, accettato questo contenuto come il
solo degno di essere rappresentato, se diventa possibile riconoscerlo
nell’opera d’arte; in terzo luogo, se quel contenuto è possibile esprimerlo in
tutte le forme artistiche; in quarto luogo, stabilire se oltre al “contenuto
dionisiaco” ci sono altri contenuti degni di essere rappresentati.
Si trattava di una legittima
richiesta rivolta a un sapiente.
Lavagna, 20 gennaio 2013
giovedì 3 gennaio 2013
martedì 11 dicembre 2012
giovedì 6 dicembre 2012
Colli come educatore
Capitolo II
23. Con l'editoria
Colli non vuole raccogliere schiere di lettori. Di lui si può dire ciò che
disse Nietzsche a proposito di Eraclito: «il suo agire non si rivolge mai a un
«pubblico», all'applauso delle masse e al coro osannante dei contemporanei»
(PHG 304). L'EAC è un mezzo adeguato, un'astuzia «per fare un cenno alla natura
di buon metallo e tenere distante quella volgare» (DN 172); una maschera, con
cui incuriosire, per raccogliere intorno a sé pochi discepoli. Per lui, che
pensa ai sodalizi esoterici dell'epoca sapienziale, quello che conta è «agire su certi uomini» (RE 93). Colli si rivolge agli
individui non-finalistici, a coloro che sanno trarre pensieri da se stessi e
pensano senza finalità, che esprimono una natura antipolitica e antieconomica,
a coloro che comunicano e mantengono vive le espressioni della vita. A questi
pochi Colli si rivolge per educarli a non sottomettersi, ma a serrarsi in una
«società culturale» staccata e autonoma dallo Stato (RE 87), in cui domini la
sfera dell'amicizia e il colloquio diretto. Egli
non vuole dunque incidere sulla realtà storica, tanto meno esercitare il
dominio politico-mondano, con la sua azione mira a qualcosa di più grande:
alla cultura fatta dai migliori.
24. Essenza di
questa società ristretta di uomini è la cultura intesa come vita vivente (PEAC 140). Il Simposio platonico
è l'emblema
di ciò che Colli intende: l'incontro di uomini eccellenti «uniti non da una
attività comune, ma da una qualità dell'anima: la grandezza» (PEAC 25), che
dialogano su un problema a proposito del quale ognuno dice ciò che ha sentito
nella propria interiorità.
25. Mentre da più
parti ci insegnano a «dare via il nostro cuore allo Stato, al guadagno, alla
vita sociale o alla scienza soltanto per non possederlo più» (SE 405), Colli
con la sua azione ha cercato di suscitare «una concreta vita filosofica
associata» (RE 88). Poiché nonostante l'ottundimento, la pigrizia e i
narcotizzanti miti del mondo moderno, egli percepisce nel presente una certa
vitalità e quindi «la possibilità della chiarezza» (RE 116). Non ci sono dogmi
da rispettare, tuttavia una «cerchia di doveri» si imporranno naturalmente a
chi avrà compreso la sua azione. A dispetto dei seguaci del divenire Colli ci
insegna che il ritorno alla sapienza è ancora possibile: «ciò che alcuni uomini possono
pensare e dire l'uno all'altro può vivere anche adesso - poco contano i
mutamenti delle società e degli Stati» (DN 82).
26. Come
Nietzsche, Colli mira alla vita e non a una conoscenza erudita. Tuttavia,
mentre l'azione di Nietzsche è dionisiaca, in quanto penetra nell'individuo per
scuoterlo e liberarlo, quella di Colli è apollinea,
indiretta, «colpisce da lontano». In questa occasione i suoi dardi sono gli
autori classici, ottimi per lanciare una sfida «a chi ha ancora qualcosa da
decidere, sulla sua vita e sul suo atteggiamento di fronte alla cultura» (PEAC
139). A costoro Colli offre gli individui della grandezza, i casi più puri, gli
archetipi umani per conoscere qualcosa sul conto della vita (RE 122).
27. Sapere che
sono realmente esistiti, sentire accanto a se i grandi del passato e nelle
loro parole trovare la conferma alle proprie intuizioni, è un'esperienza
decisiva per una nobile e giovane anima. Il sentimento che accompagna questo incontro è un
insieme di felicità, di consolazione, di speranza, di liberazione. E' una
catarsi, che nei migliori con gli anni perdura e si intensifica fino al punto
che diventa impossibile vivere senza venerare coloro che hanno saputo
ricondurre all'interiorità.
Colli come educatore, II
Riprendo a trascrivere i paragrafi del mio libro
Capitolo II Capire Nietzsche
22. L’«Enciclopedia di autori classici» (EAC) fu lo strumento della sua azione. Il valore di questa impresa sta nella scelta: i classici sono «coloro la cui espressione ha raggiunto un'eccellenza non effimera nel campo della grandezza umana» (PEAC 147). Appartengono a questa schiera anzitutto gli ispiratori del progetto, Schopenhauer e Nietzsche, e poi molti degli autori che stanno alla base della loro formazione intellettuale: i Greci, i mistici indiani, Spinoza, Voltaire, Goethe, Hölderlin, Stendhal, Burckhardt, ecc. Proponendo e difendendo questa cultura Colli si è concesso quel privilegio della gioventù di cui parla Nietzsche: il «privilegio di una valorosa e temeraria onestà e l'entusiasmante conforto della speranza» (HL 353).
Capitolo II Capire Nietzsche
21. Quella che viene celebrata
oggi nelle Università, nei convegni, nelle riviste, nelle pubblicazioni non è
vera filosofia (cfr. DN 52; RE 92). La diagnosi di Colli è la stessa descritta
da Nietzsche: «Il filosofare moderno ha sempre un colorito politico e
poliziesco, è indirizzato dai governi, dalle Chiese, dalle accademie, dai
costumi, dalle mode, dalla viltà degli uomini, alla sola conquista dell' apparenza
erudita» (PHG 278). Ridotta così la filosofia non ha più niente di vitale,
tanto meno può assumere il ruolo, che le compete, di unificatrice della
cultura. Di fronte a questa situazione Colli non si perde in nessuna
compiaciuta disperazione, in nessuna cinica vendetta; nel suo atteggiamento si
riconosce invece la forza del filosofo, la forza di chi si impone un arduo
compito: mantenere alto il senso della cultura proposto dai suoi maestri,
poiché il vero «capire» per lui equivale a un «fare» qualcosa nella direzione
che essi hanno indicato. Colli sa che non si possono sollevare le sorti della cultura
senza istituire una «educazione nuova». Le linee essenziali con cui inizia a
lottare sono chiaramente all'opposto di quanto è stato imposto finora dallo
Stato, al quale, in quanto forza ostile alla vera cultura, come prima regola,
bisogna sottrarre l'educazione (RE 78, 87).
22. L’«Enciclopedia di autori classici» (EAC) fu lo strumento della sua azione. Il valore di questa impresa sta nella scelta: i classici sono «coloro la cui espressione ha raggiunto un'eccellenza non effimera nel campo della grandezza umana» (PEAC 147). Appartengono a questa schiera anzitutto gli ispiratori del progetto, Schopenhauer e Nietzsche, e poi molti degli autori che stanno alla base della loro formazione intellettuale: i Greci, i mistici indiani, Spinoza, Voltaire, Goethe, Hölderlin, Stendhal, Burckhardt, ecc. Proponendo e difendendo questa cultura Colli si è concesso quel privilegio della gioventù di cui parla Nietzsche: il «privilegio di una valorosa e temeraria onestà e l'entusiasmante conforto della speranza» (HL 353).
La grandezza è
l'essenza che unifica le espressioni poetiche, storiche, filosofiche, morali,
scientifiche di questi autori, al di là delle differenze di talento o abilità
individuali. Con esse è possibile
«avvicinarsi alla vera cultura» (PEAC 11). E poiché «ciò che gradua il valore
assoluto dell'espressione umana è la sua partecipazione al concetto di
grandezza» (RE 122), appare naturale l'assenza dall'Enciclopedia di certi miti
moderni (Hegel, Marx, Heidegger). Stupisce forse la presenza di alcuni autori
venuti dopo Nietzsche (Freud, Bergson), ma con alcune osservazioni di Colli (RE
152, 206, 246, 293) è possibile, se occorre, ristabilire prontamente le
gerarchie.
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